La cooperazione strutturata di Monnet come modello di buon governo

di Flavio Felice

«Il modello europeo non può essere compreso con le categorie interpretative tradizionali, che si sono formate in un mondo dominato dagli Stati nazionali, dalle ideologie, dalle guerre e dalla ragion di Stato» (p. 118). Con queste parole Dario Velo, accademico e attualmente Presidente del Collegio Sindacale della Banca d’Italia, conclude il suo recente lavoro intitolato Quale Europa? Il modello europeo nella storia contemporanea (Cacucci, 2018). L’obiettivo dichiarato dall’Autore è di contribuire alla ricerca di nuove “categorie interpretative” che consentano di comprendere il modello europeo, affinché esso possa evolvere e dispiegare tutto il suo potenziale in termini di cultura umanistica e di capacità di “buon governo”.
Per le tematiche che affronta e per il taglio diretto, rispetto alla vulgata antieuropeista dei nostri giorni, il libro di Velo riveste grande importanza. Il lavoro si articola in cinque capitoli e un’ampia introduzione nella quale l’Autore inquadra il percorso storico compiuto dal processo d’integrazione nel contesto teorico che vedrebbe a confronto due paradigmi interpretativi: il “liberalismo” e il “liberismo”. Il primo si affiderebbe al ruolo centrale delle istituzioni (politica, economia e cultura) per la promozione delle libertà individuali in forza del principio d’ordine della sussidiarietà verticale ed orizzontale: è questo il caso dell’Economia Sociale di Mercato. Il secondo riporrebbe la sua fiducia nella capacità autoregolativa del mercato, dalla quale discenderebbero tutte le altre libertà.
Per ragioni di sintesi, ci concentreremo su un aspetto che crediamo possa esprimere il contributo di maggiore originalità del volume: il processo d’integrazione visto come una tappa di un percorso verso un “nuovo modello di statualità”. Sappiamo che lo “Stato nazione” non è stata l’unica forma di organizzazione dell’ordine politico, si è affermato nella storia come risposta al “problema teologico-politico” (per usare l’espressione di Pierre Manent), dovuto alla coesistenza di due pretese universalistiche, Chiesa e Impero: “date le caratteristiche della Chiesa cattolica, si trovi la forma politica X che permetta di garantire l’indipendenza del mondo profano”. Ebbene, la soluzione a quel problema fu l’emergere della “Stato-nazione”.
L’aspetto più interessante che sorge dalla lettura del libro è la consapevolezza dell’Autore che quella soluzione non esprime un punto d’arrivo, ma solo una tappa che prelude alla possibilità che, per la soluzione di nuovi problemi, si individuino nuovi strumenti. La visione europeista dell’Autore considera conclusa l’epoca degli Stati nazionali e vede nel processo d’integrazione i tratti di un nuovo ordine politico; è evidente che, in tempi di neo-sovranismo, una simile posizione potrebbe apparire controcorrente, se non eccentrica.
Il nostro Autore individua l’alternativa allo Stato-nazione nel modello di “cooperazione strutturata”, sperimentato sin dalle origini del processo, a cominciare dalla fondazione della CECA, e razionalizzato cinquant’anni dopo con il Trattato di Lisbona. Un metodo, il cui padre è indicato da Velo in Jean Monnet, che si presenta sotto forma dell’approccio empirico, distante dagli apparati ideologici dominanti e non sempre colto in sede teorica dalla pubblicistica prevalente. Scrive l’Autore: «Esso è stato definito funzionalismo, mentre in realtà ha consentito un trasferimento graduale di poteri dal livello nazionale al processo di unificazione, come risposta alle crisi che richiedevano soluzioni europee» (p. 43). La particolarità dell’approccio “monnettiano” risiederebbe nella decisione dei singoli Stati di trasferire funzioni di sovranità non ad uno Stato consolidato, bensì a favore di un processo, evidenziando, in tal modo, un “paradigma” del “processo”, inteso come “statualità in via di formazione”. Sebbene l’obiettivo di lungo periodo fosse e rimanga la costituzione di una federazione, affinché si possa progredire in tale direzione, si è riconosciuto il ruolo fondamentale degli Stati membri, valorizzando i principi confederali. Il superamento degli ostacoli contingenti è avvenuto mediante la ricerca delle soluzioni ad hoc di carattere istituzionale, corrispondenti al problema emergente.
Al centro del lavoro, l’Autore pone il problema dell’Unione Monetaria e dell’Unione Economica. L’Euro esprime un sistema di regole teso alla garanzia del buon governo della moneta, limitando la discrezionalità dell’autorità politica, sia a livello di Stati membri sia a livello comunitario. La tesi esposta da Velo prende spunto dalla lezione di Luigi Einaudi, il quale, riflettendo dal suo esilio ginevrino sul futuro dell’Europa e dell’ordine internazionale, individuava un nesso diretto tra stabilità monetaria, struttura federale dello Stato e superamento della lotta di classe, l’esatto contrario della situazione in cui a dominare la scena siano l’inflazione, lo Stato accentrato e i gravi squilibri sociali.
Corollario del “buon governo della moneta” è il “buon governo dell’economia” che prevede la neutralizzazione del deficit spending e la costituzionalizzazione, secondo il principio di sussidiarietà, dei poteri fiscali ai vari livelli in cui si articola la statualità europea; scrive Velo: «Un ordine così concepito impedisce di trasferire alle generazioni future gli oneri accumulati da quelle precedenti. Il modello europeo realizza una forma di democrazia in cui le regole costituzionali garantiscono anche le generazioni future (p. 75)».
In definitiva, conclude il nostro Autore, la forza del modello europeo andrebbe ricercata nella sua capacità di cogliere il processo storico che si starebbe affermando, un processo che vede il declino inesorabile dello Stato-nazione e la possibilità che l’implementazione del principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale ci consegni un ordine politico i cui margini delle libertà delle persone siano più ampi, in quanto meno dipendenti dall’arbitrio del “Principe” e, per citare Wilhelm Röpke, la civitas più umana.

Una versione ridotta è stata pubblicata da ‘Avvenire’ il 8 maggio 2018

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