Il Cristianesimo, la società aperta e i suoi traditori

Flavio Felice

“Avvenire”, 24 aprile 2026

Le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump su papa Leone esprimono una rottura con uno dei tratti della civiltà politica occidentale: l’intreccio tra sfera politica e sfera religiosa. Due sono i paradigmi che contraddistinguono lo sviluppo della modernità politica occidentale: il “regime di laicità”, che esclude la discussione religiosa dalla piazza pubblica e il regime di “libertà religiosa”, che invece ne esalta la reciproca interferenza.

Le parole scomposte di Trump sono un tradimento di uno dei valori fondanti della civiltà occidentale: la libertà religiosa, a favore di un’idea di Occidente e di modernità politica che il sociologo statunitense Richard John Neuhaus ha stigmatizzato con l’espressione “Naked public square“: uno spazio pubblico all’ingresso del quale è posto un gigantesco divieto d’accesso all’argomento religioso, dove vale il primato della politica.

A partire da questa considerazione, ecco alcuni spunti sul rapporto tra politica e Cristianesimo, mettendo in luce i limiti del “primato della politica” e il ruolo rivoluzionario svolto dal cristianesimo nella storia del pensiero politico occidentale. Tra gli altri, è stato Jean-Jacques Rousseau a ritenere che la politica sia la sfera dominante capace di plasmare la natura di un popolo. Questa visione tende a concepire la società come un’unità monistica in cui la coscienza individuale è subordinata alla volontà generale.

A tale prospettiva si contrappone una visione plurarchica, sostenuta da pensatori come Luigi Sturzo, secondo cui la società è composta da molteplici sfere autonome, tutte dotate di pari dignità. In questo quadro, nessuna autorità può pretendere un potere assoluto, e la divisione delle sfere serve a prevenire abusi e derive totalitarie. La politica, quindi, non è onnipotente né autosufficiente, ma necessita di limiti giuridici, etici e culturali.

Il Cristianesimo introduce una cesura storica fondamentale proprio perché rompe con la concezione antica del potere politico come sacro e assoluto. Secondo Guglielmo Ferrero, le civiltà antiche erano caratterizzate dallo “spirito faraonico”, che divinizzava l’autorità politica rendendola incontestabile. Il Cristianesimo, invece, distingue nettamente tra umano e divino: solo Dio è perfetto, mentre ogni istituzione umana è limitata e relativa.

Tre sono le principali innovazioni introdotte dal Cristianesimo. In primo luogo, il valore unico della persona, libera di aderire o meno alla fede. In secondo luogo, la proposta di un messaggio universale, rivolto a tutti senza distinzione sociale o etnica, dando vita a una comunità religiosa autonoma rispetto alle strutture politiche. Infine, il porre la persona al centro della vita sociale, trasformando le istituzioni in mezzi e non fini: lo Stato perde il suo carattere assoluto.

Questa rivoluzione ha importanti conseguenze politiche: desacralizza il potere, ne relativizza l’autorità e introduce il principio secondo cui la coscienza personale è superiore all’autorità politica. Il celebre insegnamento evangelico “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” segna il primato della coscienza, limitando le pretese dello Stato.

Nei primi secoli, i cristiani incarnano questa visione opponendosi al culto imperiale non con la violenza, bensì con la testimonianza e il martirio. Autori come Tertulliano e Lattanzio difendono la libertà religiosa come diritto fondamentale, affermando che la fede non può essere imposta. Questo atteggiamento contribuisce a definire un nuovo rapporto con l’autorità: l’autorità politica è riconosciuta, ma non è assoluta né può invadere la sfera della coscienza.

Si sviluppa così un dualismo tra potere politico e autorità religiosa, analizzato anche da Lord Acton, secondo cui il conflitto tra Chiesa e autorità politica ha favorito la nascita della libertà civile in Europa. Nessuna delle due istituzioni riesce a imporsi totalmente sull’altra, e proprio questa tensione genera uno spazio di libertà.

Nel tempo, il Cristianesimo ha contribuito a trasformare profondamente la società: ha indebolito la giustificazione etica della schiavitù, dell’assolutismo e delle disuguaglianze, e ha promosso una visione più umana delle istituzioni. La Chiesa è emersa come un’autorità autonoma che pone limiti all’autorità politica e difende la dignità della persona.

In breve, il Cristianesimo ha introdotto un principio decisivo nella storia occidentale: la relativizzazione del potere politico. Lo Stato non è un fine assoluto, ma uno strumento tra gli altri. La coscienza individuale diventa il criterio ultimo di giudizio, e nessuna autorità può sostituirsi a essa. Questo processo ha posto le basi per lo sviluppo delle istituzioni liberali e democratiche, fondando l’idea moderna di libertà e limitando ogni pretesa di dominio totale della politica.

Ed è per questa ragione che le parole di Trump non sono solo semplici sgrammaticature diplomatiche, derubricabili in rozzezza politica, sono un autentico tradimento delle fondamenta della società aperta.

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