Il fondamento aconfessionale del pensiero sturziano: “nel mondo, ma non del mondo”

Flavio Felice

Il 24 novembre 2017, presso l’Aula della Conciliazione – ironia della storia – del palazzo Apostolico Lateranense, si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione di don Luigi Sturzo (1871-1959). Sacerdote, sociologo, analista politico, Sturzo ha attraversato la prima metà del XX secolo da autentico protagonista della vita politica e culturale italiana e internazionale. Durante i ventidue anni di esilio, trascorsi in Inghilterra e negli USA, il sacerdote di Caltagirone divenne un punto di riferimento intellettuale per tutti coloro che non vollero arrendersi alla deriva totalitaria che aveva ormai attanagliato l’intero continente europeo. Nel ricordarlo in questo importante giorno, vorrei mettere in evidenza un punto fondamentale del suo pensiero e della sua azione politica: l’aconfessionalità.

Il fondamento dell’aconfessionalità politica di Luigi Sturzo fa il paio con il suo antidogmatismo nell’azione politica. Aconfessionalità e antidogmatismo che si evincono scorrendo gli avvenimenti principali che hanno contrassegnato la sua lunga, dolorosa e avventurosa vicenda umana.

Tutta la vicenda sturziana è caratterizzata dal profondo coinvolgimento nella vita civile della nazione e la fondazione del partito popolare non sarà che il punto di arrivo di un percorso umano e vocazionale durato circa vent’anni. Molte erano le spinte che premevano affinché il partito fondato da Sturzo assumesse le insegne anche semantiche dalla cattolicità; Sturzo rifugge tale esito.

L’idea che Sturzo nutriva di partito era quello di un grande raggruppamento, la cui cifra politica-culturale non fosse né l’identità religiosa né il populismo autarchico, alla continua ricerca di una italianità nazionalistica che, ai suoi occhi, non prometteva nulla di buono in tutta Europa.

Sturzo propone un progetto politico aconfessionale a tutto tondo. Egli è consapevole che la rinascita dello spirito religioso nel nostro Paese sarebbe passata per il ritorno sulla scena pubblica dei cattolici organizzati in società civile: partiti, associazioni, cooperative, banche rurali, sindacati. Tuttavia, un tale attivismo si sarebbe dovuto caratterizzare per la piena assunzione del metodo politico liberale, anche per disinnescare sul nascere la pretesa simmetrica sul fronte laicista e antireligioso.

Il fondamento teorico della sua aconfessionalità politica è tutta nel suo anti fondamentalismo politico. Nella prospettiva sturziana non vi è spazio per quel populismo contemporaneo in cui il leader pretende di incarnare il popolo, né per una nozione di popolo organicistica: l’attributo “popolare” sta ad indicare piuttosto il metodo della partecipazione alla vita civile. Per il personalista Sturzo, in sintonia anche con il metodo politico liberale, solo la persona pensa, agisce, soffre e sceglie, mentre i concetti collettivi quali “stato”, “società”, “classe” non sono altro che strumenti semantici ausiliari che consentono la comunicazione, ma non rappresentano realtà terze (ipostatizzazioni): le ragioni delle parti (le persone) contano più delle ragioni della loro somma (gli stati o i partiti).

Certo, il compito di un partito è chiaro: rappresentare istanze di parte, formulate in un programma o in una carta di valori democraticamente votata, sulle quali cercare di raggiungere il massimo consenso con il minimo sacrificio delle proprie posizioni. Ma qualora esso pretendesse di incarnare la totalità delle opzioni politiche esperibili sulla base di un principio maggioritario autoritario, cioè mal inteso, farebbe del popolo un mero instrumentum regni e non il protagonista legittimo della vita democratica, in cui il leader è figura transeunte, per quanto possa apparire eccezionale o significativa.

In definitiva, il progetto politico aconfessionale di Sturzo ha rappresentato, ed ancor oggi rappresenta, un argine concreto alla “presunzione fatale” – direbbe Hayek – di interpretare l’azione politica come fede religiosa, le cui norme sarebbero intese come dogmi e le cui istituzioni assumerebbero il rango di “casa di culto”. Sturzo è refrattario ad una simile deriva idolatrica e concepisce la funzione storica del Partito Popolare come antidoto alla trasformazione delle istituzioni politiche in “chiese di Stato” e delle chiese in strumento di potere delle oligarchie di “Stato”.

Sturzo ha insegnato che da scienziati sociali cattolici si può essere rilevanti nel dibattito pubblico, senza far ricorso a “circumnavigazioni lessicali e concettuali”, a derive gergali, che proiettano gli intellettuali cattolici, alla ricerca di un’egemonia di nicchia, nell’Olimpo dell’indifferenza generale. Sturzo parlava la lingua delle scienze sociali del suo tempo e con esse si confrontava, per assumere posizioni anche di aperta polemica con l’allora mainstream sociologico, politologico ed economico, rifiutando, in ogni caso, lo stile oracolare e rimanendo sempre distante dall’indisponente ostentazione di una pretesa superiorità morale. Il processo di beatificazione di Sturzo è un segno di speranza per tutti quei cristiani, consapevoli dei loro limiti e dei loro peccati, che hanno fatto proprio il messaggio evangelico di “essere nel mondo, ma non del mondo”.

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