L’infezione totalitaria può colpire tutti

Flavio Felice

 “Avvenire”, 19 novembre 2017

Il libro di Dario Fertilio, Il virus totalitario. Guida per riconoscere un nemico sempre in agguato (Rubbettino, 2017, pp. 210), descrive un’articolata e ben dettagliata “autopsia” del sistema totalitario, ricorrendo all’analogia organica e informatica del “virus”. Il lavoro è diviso in quattro parti e i singoli capitoli sono tenuti insieme da un impianto sistematico che lo stesso autore definisce: “modello virale organico”, ossia, l’infezione del virus è il frutto dell’incontro fra gli enzimi e le cellule bersaglio. In assenza dei veicoli cellulari, dice l’autore, il virus non potrebbe replicarsi, diffondendosi in tutto l’organismo, e l’intero processo non si metterebbe in moto.

Secondo il nostro autore, tre sono le principali forme storiche che ha assunto il virus totalitario: bruno, rosso e verde ovvero islamista. Tra i tanti temi trattati nel volume, una tesi assume i caratteri del problema generale, lì dove l’autore sostiene che «Affermare che un totalitarismo o è storico, oppure non è, equivale a ignorare le caratteristiche generali di una malattia» (p. 85). In pratica l’autore contesta quella interpretazione che riduce il fenomeno totalitario alle sue espressioni storiche e lo identifica con gli “Stati e le sue istituzioni”, con le “insegne e gli eserciti”, con i “capi supremi e le tecniche economiche”, con i “metodi di propaganda” e con le “strategie diplomatico-militari”. Non che tali manifestazioni del fenomeno non siano importanti ed utili a “mitigarne gli effetti”, tuttavia, per Fertilio, la riduzione del totalitarismo alle sue insegne denuncia una grave mancanza di prospettiva teorica e di capacità di cogliere il fenomeno nel suo insieme.

Quali sono, dunque, i presupposti, anche teorici, che favoriscono il diffondersi del virus totalitario e come tentare di difendersi? Il problema posto da Fertilio ci dice in primis che non esiste epoca della storia e un’area geopolitica del tutto al riparo dall’infezione totalitaria. In pratica, la democrazia e la libertà, con tutti i loro limiti, non sono delle acquisizioni irreversibili della storia e delle prerogative di alcuni gruppi etnici, religiosi o culturali. Tutti siamo esposti all’infezione e tutti dovremmo tenere sempre alta la guardia.

Credo che un punto fondamentale per comprendere il modo in cui tentare di difenderci dal virus sia considerare il rapporto fra le condizioni generali di una società e la sua vulnerabilità al virus totalitario. In pratica, scrive Fertilio, “esistono condizioni sociali e politiche riconoscibili, che possiamo definire pre-totalitarie, le quali possono funzionare da torri d’avvistamento, e risuonare come campanelli d’allarme”.

Sulla scia di Luigi Sturzo, che in tema di totalitarismo ha dedicato non poche pagine della sua opera sociologica e politologica, e di Alexis de Tocqueville, credo si possa indicare come possibile campanello d’allarme il principio “monistico”, in base al quale verrebbe negato l’irriducibile pluralismo sociale. Per esprimere tale concetto Sturzo utilizza l’espressione “plurarchia”, mentre per Tocqueville potremmo ricorrere al “principio di associazione”. Il grande merito del pluralismo sociale che nutre ed è nutrito a sua volta dal principio di plurarchia e di associazione, e quindi dalla partecipazione delle persone alla vita civile, è duplice. Da un lato promuove un rapporto sempre più stretto tra sfera sociale e sfera politica, che non fa svanire il principio di sovranità popolare nelle nebbie che separano i governanti dai governati e, dall’altro, permette di individuare spazi pubblici nei quali le persone possono formarsi un’opinione ed esprimerle, tentando di contrastare anche il formarsi del conformismo, tipico delle società di massa e tutto ciò rappresenta di per sé un rafforzamento della democrazia elettorale; per dirla con le parole di Etienne de la Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria: «Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi!».

In definitiva, l’antidoto per eccellenza, afferma Fertilio, è “affamare il virus”: «Capacità d’intervento militare diretto, aumento globale della ricchezza e sua diffusione, affermazione di una cultura delle libertà a tutto campo, certezza del diritto e alleanza globale delle democrazie devono avere il compito di restringere il campo d’azione del virus, togliendogli quel materiale da combustione del quale ha un bisogno vitale. Bisogna affamare il virus» (p. 210).

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