Il marxismo è morto di marxismo

Dario Antiseri

Corriere della sera, 8 dicembre 2017

Marx non va dimenticato, ovviamente, per i suoi meriti, se non altro perché un ritorno alla scienza sociale premarxista è semplicemente inconcepibile. Ma non va dimenticato anche e soprattutto per gli errori della sua teoria e gli orrori della pratica generata da quella teoria.
È un errore il materialismo storico, cioè la teoria secondo cui «non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Scriveva nel 1904 Max Weber: «La cosiddetta concezione materialista della storia, nel vecchio senso genialmente primitivo che compare ad esempio nel Manifesto comunista, sopravvive soltanto nella testa di persone prive di competenza specifica e di dilettanti». E sulla stessa linea di Weber si trovano, tra altri, E. Bernstein, gli Austromarxisti, Gramsci e Popper.
È un cumulo di errori la concezione dialettica della storia, una teoria che presume di predire, in base a leggi ineluttabili, il futuro corso degli sviluppi economici e specialmente delle rivoluzioni. Ebbene, è questa una teoria infalsificabile (quindi: non scientifica) che, cresciuta sulla confusione tra contraddizioni logiche e opposizioni reali (conflitti di interesse, lotte di classe…) non distingue – come notato, per esempio, da H. Kelsen e U. Scarpelli – i “fatti” dai “valori”, “processi” da “progressi” giungendo così ad equiparare l’evoluzione della storia con la progressiva realizzazione del Bene. Una profezia politica “incondizionata” non sarà mai la stessa cosa di una previsione scientifica “sempre condizionata”. La concezione dialettica marxista della storia è la proposta di veggenti. B. Russell: «La dialettica è una delle credenze più fantastiche che Marx abbia mediato da Hegel». E, nel 1975, Lucio Colletti: «La dialettica è un pasticcio filosofico da scuola serale». E se Marx da Hegel ha ereditato idee prive di qualsiasi scientificità, compresa le reificazione liberticida dei concetti collettivi (Stato, classi, partito, rivoluzione, ecc.), dagli economisti classici ha egli abbracciato la teoria del valore-lavoro, teoria economica sbagliata ma fondamentale per la costruzione de Il Capitale.
Fu agli inizi degli anni Venti che Ludwig von Mises dimostrò l’impossibilità del socialismo, nel senso dell’impossibilità del funzionamento di una società (nazista o comunista) che avesse abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione. Il calcolo economico, il calcolo in moneta, che mette a confronto investimenti e produzione, è possibile soltanto in un’economia di mercato; e ciò per la ragione che la base del calcolo economico sono i prezzi, e «dove non c’è libero mercato non c’è un meccanismo per la formazione del prezzo». Abolendo il mercato, il socialismo si proibisce di risolvere razionalmente i problemi economici. E, fra le conseguenze di questa impossibilità, ci sono arbitrio e corruzione del potere politico, distruzione e dilapidazione delle risorse nazionali. L’abolizione della libera economia è la via della fame.
Per Marx l’origine di tutti i mali – il male assoluto – sta nella proprietà privata. La storia ci ha fatto, invece, vedere che il comunismo, oltre che essere la via della fame, è anche la via che porta al Gulag. È stato l’allievo più noto di Mises, vale a dire Friedrich A. von Hayek, ad aver puntato l’attenzione sul fatto che «chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini». Scrive Hayek ne La via della schiavitù: «Il controllo economico non è solo il controllo di un settore della vita umana il quale possa venir separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini e chiunque abbia l’esclusivo controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere realizzati, quali valori debbano venir considerati come superiori e quali inferiori: in breve, cosa gli uomini devono credere e a che cosa aspirare». Solo se saremo liberi nella scelta dei nostri mezzi, saremo liberi nella scelta dei nostri fini. La negazione della libera economia è negazione di ogni libertà, è la via della schiavitù e della fine della verità. Dirà L. Trotsky nel 1937: «In un Paese dove lo Stato è il solo imprenditore, opposizione significa morte per inedia. Il vecchio principio: “chi non lavora non mangia”, è stato sostituito da uno nuovo: “chi non ubbidisce non mangia”».
E ancora una considerazione. Diversamente dalla psicoanalisi che, per Popper, non fu mai scienza in quanto infalsificabile fin dagli inizi, nella teoria marxista, pur impastata da ingredienti incontrollabili, vi erano nuclei scientifici da cui discendevano predizioni controllabili dai fatti. Ma ecco che, «invece di prendere atto delle confutazioni, i seguaci di Marx – fa presente Popper – reinterpretano sia la teoria che i dati per farli concordare. In questo modo, essi salvarono la teoria dalla confutazione; ma poterono farlo al prezzo di adottare un espediente che la rendeva inconfutabile». Sottoposta ad una serie di plastiche facciali, cioè di iniezioni di ipotesi ad hoc, la teoria marxista venne trasformata in «un sogno metafisico congiunto con una realtà crudele». Il marxismo, conclude Popper, è morto di marxismo, lasciandosi dietro le spalle Stati ridotti ad ergastoli, inferni di sofferenze e milioni di vittime innocenti.

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