La lezione di Sturzo, non solo i cattolici

Flavio Felice

“Il Sole 24 Ore”, 17 gennaio 2019

È stato lo storico Federico Chabod ad affermare che la fondazione del Partito Popolare ad opera di Luigi Sturzo il 18 gennaio del 1919 «costituisce un fatto di estrema importanza, l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo» ed è stato Giovanni Spadolini a cogliere nella aconfessionalità e nella laicità del progetto politico sturziano “un’autentica rivoluzione”: «il taglio netto fra clericalismo e cattolicesimo sociale, la rivendicazione perfino orgogliosa – da parte di un sacerdote – dell’autonomia dei cattolici nelle sfere della vita civile»

Il lungo percorso compiuto da Sturzo che lo condurrà il 18 gennaio del 1919, presso l’albergo Santa Chiara di Roma, insieme ad un manipolo di dieci amici, a fondare il PPI, ebbe inizio almeno un quindicennio prima, con lo storico discorso di Caltagirone del 24 dicembre del 1905. In quella occasione, Sturzo manifestò l’intenzione di dar vita ad un partito che avesse un respiro nazionale, di ispirazione cristiana, ma nel contempo aconfessionale, laico e autonomo dalle gerarchie. Per questa ragione, il partito che immaginava Sturzo non si sarebbe dovuto fregiare dell’aggettivo “cattolico”. L’aconfessionalità del progetto sturziano rifiutava alla radice ogni tentazione di fare di un eventuale partito il “braccio secolare” delle gerarchie, ma rigettava anche la pretesa di rappresentare l’unità dei cattolici italiani.

Eccoci giunti al 18 gennaio del 1919, l’idea espressa nel discorso del 1905 diventa un fatto. Nasce il PPI che non era né un “partito cattolico”, né il “partito dei cattolici”, ma un “partito di cattolici” che si appellava “a tutti gli uomini liberi e forti”, per dar vita ad “un partito autonomo, libero e forte”. Sotto il profilo teorico, ci ricorda lo storico sturziano Eugenio Guccione, la fondazione del PPI rappresenta il punto d’arrivo dell’impegno giovanile di Sturzo e il punto di partenza della sua maturità.

All’Appello seguiva un programma articolato in dodici punti, dove gli aspetti di politica interna erano espressi dalla promozione per l’integrità della famiglia, il voto alle donne, l’assistenza e la protezione dell’infanzia, nonché l’attuazione di una legislazione sociale, improntata alla cooperazione, alla riforma tributaria, alla riforma agraria, al decentramento amministrativo e alla libertà d’insegnamento. Sul fronte della politica estera, il programma del PPI si mostrava apertamente internazionalista, accettando i Quattordici punti di Wilson e dichiarandosi favorevole all’adesione alla Società delle Nazioni.

L’eredità teorica dell’azione politica sturziana è tutta racchiusa nel termine “popolarismo” che si oppone al “populismo” in forza di una nozione di “popolo” articolata e differenziata al suo interno, tutt’altro che omogenea e compatta, refrattaria tanto al paternalismo quanto al leaderismo carismatico che identificano nel capo il buon pastore al quale affidare i destini del gregge. Una teoria politica con la quale il fondatore del PPI intendeva sfidare i due monopoli: quello dello “Stato accentratore”, tipico della tradizione fintamente liberale italiana, e quello marxista e socialista nel campo operaio. Il popolarismo sturziano vuole combattere entrambi questi monopoli, in nome della libertà, declinata nel campo dell’insegnamento, dell’amministrazione locale, della rappresentanza politica e sindacale e, non ultimo, della diffusione della proprietà e della piccola e media impresa.

Tale impostazione teorica, maturata anche nei ventidue anni di esilio tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (1924-1946), patiti per aver sfidato il regime fascista in nome del “metodo della libertà”, ha condotto Sturzo a declinare il popolarismo in una serie di policies marcatamente liberali: federalismo, scuola libera, liberalizzazioni e un profondo europeismo. Ed è proprio sul fronte europeista che le idee di Sturzo: antifascista, anticomunista e antisovranista, sono state raccolte dai padri fondatori del processo d’integrazione europea. Così come le nazioni si erano andate formando nella modernità, passando da unità locali come le città, le contee, le provincie, a unità territoriali superiori come i regni e poi gli “stati”, Sturzo confidava che lo stesso passaggio avvenisse, per via federale, da nazioni a gruppi internazionali e da gruppi continentali a gruppi intercontinentali, nel rispetto del principio di sussidiarietà.

A cento anni di distanza, molti passi sono stati fatti, ma molti altri attendono di essere compiuti. Il pensiero “plurarchico” di Sturzo: la sua idea di pluralismo sociale e istituzionale, irriducibile al monismo tipico dello stato moderno, la sua testimonianza contro il virus totalitario, di ogni tipo e ideale, accanto a quella dei tanti esuli e dissidenti che vissero in quegli anni sciagurati ci siano di monito in questi nostri anni e ci aiutino a cogliere nell’implementazione quotidiana della libertà di tutti, italiani e stranieri, il destino di ciascun uomo.

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