Popolari – Populisti: la differenza è nella libertà

Flavio Felice

“Avvenire”, 13 gennaio 2019

Cento anni di storia di democrazia, il ricordo di un “fatto” che, stando al giudizio di Federico Chabod, ha rappresentato l’avvenimento più significativo della storia italiana del XX secolo. Una vicenda legata all’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, che, a detta di Gabriele De Rosa, può essere considerato uno dei documenti di maggiore impegno civile della nostra letteratura politica, una «carta d’identità perfettamente laica, senza riserve e pregiudiziali clericali di nessun genere».

Il 23-24 novembre del 1918 don Luigi Sturzo radunò nella sede dell’Unione Romana un gruppo di amici per gettare le basi del nuovo partito e, a tal proposito, venne istituita una “Piccola Costituente” presieduta dal conte Carlo Santucci. Da una stanza dell’albergo Santa Chiara di Roma, il 18 gennaio 1919, Sturzo lanciò l’appello A tutti gli uomini liberi e forti che segnò la nascita del Partito Popolare Italiano.

Centrale nella vicenda che condusse Sturzo alla fondazione del partito è la questione dell’aconfessionalità. Un documento che fa emergere in modo inequivocabile il carattere aconfessionale del PPI è la lettera del 1 agosto 1928 che il Cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri indirizzò al Santucci: «Tu dicesti, en passant, che il Partito popolare era stato formato da papa Benedetto XV e da me; ciò non risponde a verità. Il Partito popolare lo creaste voi altri senza intervenzione della Santa Sede; tu mi facesti leggere gli statuti già redatti ed io ripresi l’articolo che diceva che il Partito popolare essere “areligioso”».

Sturzo saprà di questa lettera solo al suo rientro dal lungo esilio, voluto in primis proprio dal Card. Gasparri, che lo tenne lontano dall’Italia per ben ventidue anni, dal 1924 al 1946, a causa del suo intransigente, dunque scomodo, antifascismo. Sarà lo stesso Sturzo a dire a De Rosa che tale documento confermava della sua tesi, ossia che il popolarismo è stata «la prima esperienza politica autonoma di cattolici democratici, e che non ci fu né comando né avallo della Santa Sede nella sua nascita».

Il popolarismo – in quanto teoria politica – si esprime a partire dall’idea che l’ordine sociale – e con esso il popolo – è di tipo “plurarchico”. La plurarchia sturziana integra la poliarchia di Robert Dahl e l’idea elettorale-procedurale della democrazia, rinviando a una nozione di società altamente differenziata, in cui accanto alla sfera del politico vi sono tante altre sfere di eguale dignità: economia, religione, arte, ugualmente produttrici di un particolare tipo di bene comune. Il popolo del popolarismo, a differenza dello stesso nel populismo, non è un aggregato amorfo, desideroso di un capo che lo governi, come un gregge attende la guida del suo pastore, bensì un sistema di esperienze e di coscienze individuali.

Ecco, dunque, che Sturzo sfugge alla critica di Giovanni Sartori al “partecipazionismo”, dal momento che per il prete siciliano partecipare non delineerebbe una forma alternativa di democrazia rispetto a quella rappresentativa-elettorale, quanto ne specificherebbe una qualità importante: la dimensione inclusiva delle sue istituzioni, mediante la perenne contendibilità delle cariche pubbliche.

Nella prospettiva del popolarismo sturziano, allora, partecipare significa prendere parte in maniera individuale e associativa al processo di costruzione dell’opinione pubblica. In tal senso, con “plurarchia” possiamo intendere un contesto sociale retto da un ordine prodotto e mantenuto dal continuo interferire e competere di molteplici e reciprocamente irriducibili principi regolativi.

La teoria politica del popolarismo è sempre attuale e ruota intorno al perno dell’agire dell’homo democraticus, refrattario alle lusinghe del populismo perché “popolare”. Un uomo contraddistinto dai caratteri della libertà e della responsabilità, contro il “metodo d’autorità”; dai caratteri dell’inclusività, contro le rendite di monopolio e il perpetuarsi dei regimi neo-feudali, e dell’aconfessionalità dell’azione politica dei laici, dunque, autonomo dalle gerarchie.

Una domanda sorge spontanea: esistono oggi in Italia laici cattolici disposti a raccogliere questa eredità?

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