La necessità di ridare significato alla parola “lavoro”

“Il Sole 24 Ore”, 24 ottobre 2017

Flavio Felice – Davide Lorenzetto

Dal prossimo 26 ottobre, fino a domenica 29, si terrà a Cagliari la 48° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”, parafrasando un passo dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco. Durante i quattro giorni sono previsti incontri, dibattiti e tavole rotonde per discutere le problematiche del lavoro con chi il lavoro lo crea: gli imprenditori, e avanzare proposte alle figure istituzionali alle quali spetta il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono all’impresa di svolgere il proprio compito e così contribuire, per quanto le compete, al bene comune.

La Settimana Sociale inizierà con il momento della “denuncia” e si concluderà con quello della “proposta”. Nella prospettiva degli organizzatori, la “denuncia” non intende assumere il tono lamentoso della mera rivendicazione, bensì il carattere critico della ricerca del problema. Ecco, dunque, che vorremmo proporre una riflessione che possa evidenziare le criticità, affinché i toni non siano retorici e le proposte ricevibili.

La denuncia scaturisce dalle preoccupazioni per le trasformazioni del mercato del lavoro che, nelle ultime due settimane, si sono affacciate perfino nel panorama degli organismi finanziari internazionali. È forse solo una coincidenza, ma a pochi giorni di distanza, sia il Fondo Monetario Internazionale sia la britannica Social Mobility Commission si sono focalizzati in larga misura sulla fine di quella che sembrava una connessione indiscussa: la relazione diretta tra aumento della produttività e aumento dei salari. In altre parole, il lavoro beneficerebbe oggi sempre meno della complessiva crescita della produttività e del reddito nei paesi industrializzati, mostrando invece una costante precarizzazione. Tali cambiamenti possono diventare a tal punto strutturali che prevediamo giovani sempre più sprovvisti di un contenuto semantico certo da attribuire alla parola “lavoro”.

A questo punto, accogliendo un caposaldo della tradizione dell’economia sociale di mercato, il momento della “denuncia critica” può focalizzarsi su un problema sotteso ai dati economici, ma sottolineato anche dal neo premio Nobel per l’economia Richard H. Thaler: le carenze cognitivo-motivazionali. È possibile affermare che le motivazioni con cui le persone agiscono fanno la differenza rispetto al funzionamento dell’istituzione chiamata mercato. Dai comportamenti economici non si possono espellere fattori extra economici, tralasciando i quali, ricorda Benedetto XVI nella Caritas in veritate, non solo le analisi, ma anche le soluzioni, perdono di consistenza. La tesi che sosteniamo e che presentiamo come “denuncia” è che per modificare il sistema, bisognerebbe in primis educare gli agenti che sono persone.

Il fattore motivazionale spiega ad esempio alcuni mismatch sul mercato lavorativo italiano: la domanda di lavoro delle imprese in certi settori è largamente insoddisfatta a causa della carenza di figure professionali non solo sufficientemente specializzate, ma anche adeguatamente motivate a compiere quel tipo di lavoro. D’altro canto, persone estremamente formate che emigrano, a volte, si mescolano ad un’ampia quota di giovani che hanno incorporato un profilo di preferenze lavorative squilibrato rispetto alla domanda (ad esempio gli aspiranti al test di ingresso 2017 per la facoltà di medicina erano sette volte tanto i posti disponibili). In entrambi i casi il modello educativo complessivo, non solo quello economico, fallisce, perché i giovani non trovano riscontro per le loro aspirazioni e le risorse migliori di ciascuno non vengono rimesse in circolazione sul territorio nazionale.

I giovani classificati come NEET, sono vittime dell’incapacità individuale a collocarsi in relazioni (umane ed economiche) troppo fluide e perciò challenging (onerose emotivamente prima che materialmente); vittime dell’incapacità delle istituzioni a coordinare le scelte degli attori economici, in modo che il mercato non diventi il luogo di sfruttamento delle debolezze, bensì occasione per mettere in gioco i talenti e creare “il lavoro che davvero vogliamo”.

In tal senso, nell’ordine della sussidiarietà, associazioni e corpi intermedi sono chiamati ad un lavoro educativo per ogni soggetto economico (lavoratori, imprenditori, professionisti) che vada oltre le skills professionali e che nessuna politica economica o regola giuridica possono dare: educare le persone a vivere il commercium come un processo in virtù del quale offrire il meglio di sé al partner economico. Fuori da questo prerequisito culturale il mercato non potrà offrire che quello che ha, arrestando i processi d’inclusione sociale e impedendo l’esercizio della sovranità, essendo evaporata quella dimensione fondamentale dell’identità umana che si chiama lavoro.

 

Flavio Felice – Università del Molise

Davide Lorenzetto – Segretario di redazione “la Società”

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