Giovani e lavoro: la centralità dell’impresa e della formazione

La disoccupazione giovanile rappresenta una delle maggiori emergenze del nostro tempo. Non si tratta (solo) di una questione economica, bensì di giustizia ed equità sociale. Offrire ai nostri giovani l’opportunità di sentirsi parte della grande comunità del lavoro umano, permettendogli di misurarsi con se stessi, di crescere e di relazionarsi con gli altri giungendo ad una piena realizzazione di sé nel lavoro ed attraverso di esso, costituisce infatti una questione morale che ci interroga sia personalmente che come comunità.
Nella prospettiva cristiana il lavoro (e, con esso, l’attività economica) si pone – oltre che come strumento per il soddisfacimento dei bisogni propri e della propria famiglia – come mezzo per la piena realizzazione personale e, sotto il profilo spirituale, per la partecipazione di ciascuno all’opera del Creatore. Il Signore infatti, ce l’ha ricordato domenica scorsa Papa Francesco in occasione dell’Angelus, “vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno”, ciascuno al proprio posto, secondo le proprie possibilità e inclinazioni.

Lasciare perciò che a così tanti giovani sia preclusa l’opportunità di confrontarsi con il mondo del lavoro significa quindi non solo privarli della possibilità di soddisfare i bisogni propri e dei loro cari ma, in una prospettiva spirituale, privarli della possibilità stessa di scoprire il senso autentico della vita.

L’instrumentum Laboris redatto dal Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani offre due spunti strettamente connessi al tema della disoccupazione giovanile. Il primo è quello della centralità dell’impresa, perchè “dire lavoro è dire impresa, che produce ricchezza attraverso il lavoro”. Il secondo è quello della formazione come leva strategica sia per la competitività delle imprese che per attirare quei capitali necessari per permettere ad esse di crescere e prosperare e, dunque, di generare sempre maggiori opportunità di lavoro.
Si tratta, invero, di due facce della stessa medaglia. Se da un lato il lavoro, come ci ha ricordato Francesco in occasione della sua visita all’Ilva di Genova, non lo crea lo Stato ma le imprese, che a loro volta sono il frutto dell’azione di alcuni lavoratori la cui virtù imprenditoriale deriva dalla soggettività creativa della persona umana, dall’altro, esse hanno a loro volta bisogno del lavoro umano – sia esso manuale, intellettuale o creativo – per crescere e prosperare. Il destino dell’impresa è, dunque, indissolubilmente legato all’opera di coloro che in essa esercitano la propria vocazione professionale, svolgendo le proprie mansioni con sempre maggiore competenza, dedizione e capacità di cogliere nel lavoro un’opportunità di servizio a sé e agli altri.
Su questo terreno la formazione – intesa quale investimento sulla persona, che rappresenta il capitale umano dell’impresa – sia essa incentrata sulla diffusione della cultura d’impresa, sull’innalzamento delle competenze tecnico-professionali, sullo sviluppo delle soft-skills o delle competenze manageriali, si impone sempre più come una potente leva strategica per favorire il successo dell’impresa. In questa prospettiva, riprendendo l’insegnamento del fondatore dell’economia aziendale Carlo Masini, se l’impresa diventa comunità e in essa tutti contribuiscono a fare la propria parte, essa è capace di perseguire il bene comune permettendo il raggiungimento dei propri fini e, nello stesso tempo, concorrendo all’ordinato sviluppo economico e al progresso sociale.
Nel contesto che abbiamo descritto,

ai giovani e alle loro famiglie – supportate dal sistema imprenditoriale e dagli attori della formazione – spetta dunque un ruolo attivo di grande importanza: accompagnare e favorire il riposizionamento competitivo del nostro sistema produttivo, puntando sulla tecnologica e sull’innovazione, aggredendo nuovi mercati ed investendo sulla creatività.

Mario Draghi ha parlato della necessità di “creare un ambiente in cui le loro speranze possano avere una possibilità di successo”. Ciò significa costruire una cornice istituzionale capace di promuovere l’imprenditorialità produttiva e di disincentivare quella improduttiva, basata sulla ricerca della rendita e sulla speculazione a danno dei lavoratori, incoraggiando chi investe e crede nel lavoro. Ciò vale anche nel settore della formazione rispetto al quale occorre abbandonare quegli approcci burocratici che le impediscono di rispondere efficacemente alle esigenze del mercato, puntando sulla piena complementarietà tra pubblico e privato, attivando percorsi formativi pensati con e per le imprese ed attraendo gli investimenti in formazione da parte delle imprese, anche favorendo l’accesso a innovativi strumenti di finanziamento capaci di indirizzare nella selezione dei percorsi formativi con maggiori prospettive occupazionali e di sviluppare nuove e più efficaci sinergie tra sistema produttivo e filiera della formazione.
Dunque, centralità dell’impresa e formazione del lavoratore per rilanciare l’occupazione e, con essa, il nostro sistema imprenditoriale. A ciascuno il compito di fare la propria parte innescando attraverso la leva della formazione e dell’investimento sulle persone quel processo di inclusione sociale essenziale per uno sviluppo umano integrale.

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