Un’Europa sconsacrata è ancora Europa?

Dario Antiseri – Flavio Felice

Ernesto Galli della Loggia termina il suo editoriale sul “Corriere della Sera” dello scorso 14 settembre, affermando che «proprio la radicalità che spesso nell’ambito della Chiesa accompagna il discorso dei “diritti umani” contribuisce […] non solo a rendere quanto mai “politicamente sensibile” il messaggio religioso […], ma ancora di più: a collocarlo di fatto nel quadrante più estremo dello spettro politico abitualmente presente nei Paesi democratici. […] Il che in ogni caso è la conferma […] di una consustanziale, inevitabile, crucialità politica del Cristianesimo, che lo rende, per chi sappia vedere, il cuore tuttora pulsante e problematico della nostra civiltà». Dobbiamo dire che esistono ragioni per essere su questo nevralgico argomento pienamente d’accordo con lui.

Innanzitutto, con il messaggio cristiano ha fatto irruzione nella storia degli uomini l’idea che il potere politico non è il padrone della coscienza degli individui, ma che è la coscienza di ogni uomo e di ogni donna a giudicare il potere politico. Per il cristiano solo Dio è il Signore, l’Assoluto. È per decreto religioso che Káysar non è Kỳrios. Con ciò, il potere politico veniva desacralizzato, l’ordine mondano relativizzato e le richieste di Cesare sottoposte al giudizio di legittimità di coscienze inviolabili, di persone «fatte ad immagine e somiglianza di Dio».

La Grecia ha passato all’Europa l’idea di razionalità come discussione critica e, in questo senso, per dirla con P. B. Shelley, «noi tutti siamo Greci»; ma non fu la Grecia a passare all’Europa i suoi dèi. Questi, come ha scritto Giovanni Reale, erano già stati resi vani dai filosofi a cominciare dai Presocratici, Senofane in testa. Il Dio delle popolazioni europee è il Dio della Bibbia e del Vangelo.

Che cosa sarebbe l’Europa o, ancor più esattamente, l’Occidente senza il Cristianesimo? Wilhelm Röpke: «Soltanto il Cristianesimo ha compiuto l’atto rivoluzionario di sciogliere gli uomini, come figli di Dio, dalla costrizione dello Stato» e, per parlare con Guglielmo Ferrero, di demolire l’esprit pharaonique dello Stato antico». Ed ecco, da parte sua, cosa, «per semplice osservanza della verità», volle precisare Benedetto Croce in Perché non possiamo non dirci cristiani: «Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto». E la ragione di ciò, precisa Croce, «è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità». E, dopo Croce, Karl Popper: «Riconosco – egli scrive ne La società aperta e i suoi nemici – che gran parte dei nostri scopi e fini occidentali, come l’umanitarismo, la libertà, l’uguaglianza, li dobbiamo all’influenza del Cristianesimo […]. I primi cristiani ritenevano che è la coscienza che deve giudicare il potere e non viceversa». E la coscienza, quale ultima corte di giudizio nei confronti del potere politico, in unione con l’etica dell’altruismo, «è diventata la base della nostra civiltà occidentale. È la dottrina centrale del Cristianesimo (“ama il prossimo tuo”, dice la Scrittura, e non “ama la tua tribù”) ed è il nucleo vivo di tutte le dottrine etiche che sono scaturite dalla nostra civiltà e l’hanno alimentata».

È stato Benjamin Constant ad affermare che «l’epoca nella quale il sentimento religioso scompare dall’animo degli uomini è sempre vicina a quella del loro asservimento». Ed Eduard Laboulaye, riflettendo anch’egli sulla differenza fra la libertà antica e quella moderna (L’Etat et ses limites, 1865), scorge le radici più profonde della nostra libertà moderna nel coraggio di quei cristiani i quali, in nome dei diritti dell’anima individuale, si opposero al dispotismo del tardo impero. Scriveva, dunque, Laboulaye: «I palazzi dei papi hanno rimpiazzato il palazzo di Cesare; il Vaticano parla di potenza alla Chiesa; ma al di sotto di questo splendido edificio ci sono le catacombe, le quali parlano di libertà». Un’idea – questa – sulla quale solo qualche anno fa è tornato ad insistere l’allora card. J. Ratzinger, vale a dire «Lo Stato è importante, si deve ubbidire alle leggi, ma non è l’ultimo potere. La distinzione tra lo Stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui una persona può anche opporsi allo Stato. I martiri sono una testimonianza per questa limitazione del potere assoluto dello Stato. Così è nata una storia di libertà. Anche se poi il pensiero liberaldemocratico ha preso le sue strade, l’origine è proprio questa».

Agli inizi degli anni Cinquanta, Nikita Kruscev, nel corso di un colloquio con Harold Macmillan, all’epoca ministro degli esteri della Gran Bretagna, chiese a costui che cosa fosse ciò in cui crede l’Occidente. E Macmillan rispose: «L’Occidente crede al Cristianesimo». È un ateo come E. Renan a dire che «tutta la storia è incomprensibile senza Cristo»; ed è un altro ateo come G. Salvemini a dichiarare che è Gesù Cristo il maestro che «ci ha lasciato il più perfetto codice morale che l’umanità abbia mai conosciuto». Ma, ecco, che è proprio il tratto più importante dell’identità europea, cioè il messaggio cristiano, che da più parti oggi viene messo in discussione, quasi ospite indesiderato nella propria casa. È quanto accadde, in modo eclatante, allorché – soprattutto per insistenza del Presidente della Convenzione europea Valéry Giscard d’Estaing – si decise che dal Preambolo della Costituzione europea venisse cancellato il richiamo alle radici cristiane dell’Europa. E, in altri contesti, cosa analoga è accaduta e accade di continuo, a più riprese, con la richiesta che venga tolto il crocifisso dai luoghi pubblici, come i tribunali o ancor più dalle scuole, e che venga vietato l’allestimento del presepe negli asili e in tutti gli altri ordini di scuole e in ogni altro edificio pubblico. E ciò – si dice – per la ragione che si tratterebbe di “simboli” che offenderebbero quanti credono in fedi diverse dal Cristianesimo.

Viene qui subito da chiedere: ma per quali ragioni fedeli di altro credo, fuggiti dai loro Paesi dilaniati dagli orrori del fondamentalismo, dovrebbero sentirsi offesi da “simboli” e “tradizioni” di una fede – quella cristiana – costitutiva di una civiltà disposta ad accoglierli e a strapparli dalla morte e dalla fame? Tutti costoro dovrebbero piuttosto guardare con rispetto a “simboli” e “tradizioni” di una civiltà che affonda le proprie radici nel messaggio di colui che è morto in croce. E all’attenzione di quanti, in nome di un laicismo – non di rado dai tratti fondamentalisti – immaginano una società sconsacrata, mi permetto di sottoporre un pensiero di Thomas S. Eliot: «Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie». E, per concludere, un ammonimento di Antonio Rosmini: «Chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile».

Ritornando alle osservazioni di Galli della Loggia, oggi i cattolici in politica sono presenti ovunque e inefficaci dappertutto e ciò mentre quel sano e grande mondo cattolico, che vive nelle parrocchie, nelle associazione, nel volontariato, nei centri antiusura, in quelli che contrastano la prostituzione e il gioco d’azzardo, nelle scuole libere e nei movimenti ecclesiali, perno della vita civile del Paese, non trova rappresentanza politica. Eppure, don Sturzo un partito “di” cattolici l’aveva fatto, anche perché la gerarchia ecclesiale non dovesse immergere le mani nella melma della politica; De Gasperi, con la DC, ha salvato e ricostruito il paese. Perché mai, oggi, si continua a ripetere che un partito “di” cattolici non sia né auspicabile né possibile? Forse che il messaggio cristiano non è più in grado di illuminare la vita delle persone e di contribuire alla formazione di istituzioni al servizio della persona umana?

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