Luigi Sturzo e le trappole del populismo

Maurizio Serio

23 marzo 2020

Pubblichiamo la versione integrale della recensione di Maurizio Serio al libro di Flavio Felice, I limiti del popolo. Democrazia e autorità politica nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubbettino, 2020. Una versione ridotta è stata pubblicata da “Avvenire” il 22 marzo 2020

“Questo meccanismo non è la mera alternanza pensata dagli ingegneri costituzionali per esiti funzionali al sistema da mantenere; né è il sogno di uno schieramento, magari ispirato da solidarietà di classe o dal collante di una fede comune, che possa avviare un progetto rivoluzionario in nome di un’identità pensata come “più nobile” e degna di guidare una collettività verso il proprio bene”

Non sono molti gli studi dedicati all’opera di Luigi Sturzo come scienziato sociale, e ancor meno quelli che l’hanno inquadrata in una prospettiva sistematica. Di fatto, in quanto pensatore politico, Sturzo è stato estromesso dal dibattito accademico mainstream. Certamente, tale ostilità non veniva solo da quell’intellighenzia che monopolizzava l’accesso al pantheon degli autori degni di essere studiati, ma anche da figure totem per l’élite progressista come Luigi Salvatorelli ed Ernesto Rossi. Dunque, e a fortiori per quel che concerne il suo status di intellettuale pubblico, vale quanto affermava Gabriella Fanello Marcucci: “dall’esilio, Luigi Sturzo non è mai completamente tornato”.

Tuttavia, questa non vuole essere l’ennesima rivendicazione in nome di una cultura cattolica minoritaria, perché Sturzo non è solo una gloria di famiglia da tutelare e magari riscoprire ad ogni stagione, ma un gigante del pensiero, come dimostra anche Flavio Felice nel suo “I limiti del popolo. Democrazia e autorità politica nel pensiero di Luigi Sturzo” (Rubbettino, 2020). Se ne potrebbe riassumere la tesi di fondo in questo modo: Sturzo non soltanto è un pensatore ancora attuale, ma non ha mai cessato di esserlo. Categorie quali popolo-democrazia-autorità sono infatti centrali in qualunque approccio allo studio dei fenomeni politici, e pensare questa triade in relazione dinamica all’interno di una compiuta teoria politica è la grande eredità dell’approccio sturziano. Il collante che la tiene viva è quello che potremmo chiamare “pluralismo metodologico”, in cui non esistono spiegazioni monocausali, né il conferimento ad un attore singolo – sia esso lo Stato, il partito, l’elettorato o il leader politico – delle prerogative della sovranità. Intendere quest’ultima come divisa, secondo la grande lezione del costituzionalismo liberale richiamata nel libro, e non ricomponibile per via autoritativa, stante la molteplicità delle forme del potere nelle società moderne che hanno conosciuto, pur a vario livello, le sane contraddizioni della democrazia conflittuale, significa al tempo stesso abbandonare l’ordine gerarchico e conservatore della politica tradizionale, per entrare in un nuovo mondo: quello in cui il metodo della libertà e il metodo rappresentativo concorrono a saldare le istanze sostanziali della democrazia con le sue necessarie procedure di funzionamento.

Valori e regole, in un ordinamento democratico, si incarnano e al tempo stesso sono espressioni dei diversi gruppi in competizione per la conquista del potere di indirizzo politico. Esso spetta alla maggioranza, così come la facoltà di controllo, ricorda Felice, è un diritto inalienabile di ogni minoranza, assieme alla possibilità di raggiungere essa stessa, a sua volta, attraverso la conquista dei consensi, i ruoli di governo. Questo meccanismo non è la mera alternanza pensata dagli ingegneri costituzionali per esiti funzionali al sistema da mantenere; né è il sogno di uno schieramento, magari ispirato da solidarietà di classe o dal collante di una fede comune, che possa avviare un progetto rivoluzionario in nome di un’identità pensata come “più nobile” e degna di guidare una collettività verso il proprio bene. Come nota Felice, queste per Sturzo non sono che le premesse di qualunque Stato etico e totalitario e consumano il tradimento del popolo e della democrazia, condotto proprio in nome di questi ultimi. Un altro modo di dire populismo, ieri come oggi, cioè di mascherare il vantaggio di una parte come bene comune, magari con la benedizione laica della “cultura ufficiale” o con quella, ancor più ripugnante, di chierici compiacenti o remissivi. Per tutti costoro, la libertà non è che un pretesto; per il sacerdote di Caltagirone, è invece un dono da custodire a prezzo della propria reputazione, una pratica da perfezionare costantemente e un’eredità da trasmettere a generazioni che sappiano, finalmente, interpretarla come servizio e non più come privilegio.

 

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