Dopo il capitalismo selvaggio quale spazio per il neoliberalismo?

Flavio Felice

“Avvenire”, 15 aprile 2018

Antonio Masala è l’autore di un informatissimo libro intitolato “Stato, società e libertà. Dal liberalismo al neoliberalismo” (Rubbettino, 2017), nel quale viene analizzato lo sviluppo storico del liberalismo contemporaneo e come tale processo abbia impattato sulla teoria liberale. In breve, assume rilevanza il tema di come la teoria del liberalismo classico abbia subito delle trasformazione dall’impatto con i problemi che la pratica liberale ha posto e come tale trasformazione abbia indotto non pochi ad utilizzare in maniera disinvolta (impropria) il termine di “neoliberalismo”.

L’obiettivo dichiarato è di dimostrare la possibilità di “ricostruire” una filosofia politica del neoliberalismo che sia il più possibile collegata alla tradizione del liberalismo classico. L’analisi filosofia e la ricognizione storica si articolano in sei capitoli e delineano un percorso perimetrato da due orientamenti ideali contrapposti. Da un lato, la cosiddetta “leggenda nera” del neoliberalismo che lo vorrebbe identificato con il progetto politico sorto a difesa del capitalismo. Dall’altro, la concezione di chi vede nel cosiddetto neoliberalismo la risultante di un percorso intellettuale che assume come proprio principale obiettivo una sempre maggiore libertà individuale.

In definitiva, se il problema fondamentale del liberalismo classico era come limitare la crescita del potere politico: “Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in maniera assoluta” (Lord Acton), una volta registrata la dimensione pachidermica che ha assunto tale potere, il neoliberalismo si proporrebbe l’obiettivo di ristabilire le “condizioni”, affinché esso possa essere limitato.

Il volume spazia dalla rivisitazione della filosofia politica liberale britannica di fine Ottocento, e del periodo tra le due guerre, all’ultima decade del XX secolo con l’epopea thatcheriana, passando per l’Ordoliberalismo e l’Economia Sociale di Mercato tedeschi, la Scuola austriaca in America e la Scuola di Chicago. Mi concentrerò brevemente sul contributo di Masala alla comprensione dell’Ordoliberalismo e ad un’interessante relazione individuata dal nostro Autore tra un collaboratore di Margareth Thatcher e l’opera di Luigi Sturzo.

Masala offre un’immagine del contributo tedesco allo sviluppo del neoliberalismo estremamente articolata: abbiamo l’ordoliberalismo classico di Walter Eucken, l’ordoliberalismo sociologico di Alexander Rüstow, l’umanesimo liberale di Wilhelm Röpke, l’economia sociale di mercato di Ludwig Erhard e l’irenismo sociale di Alfred Müller-Armack. Ad unire tutte queste espressioni è l’idea che il mercato non sia un’entità naturale, ma una fragile e preziosa costruzione umana, l’esito istituzionale non intenzionale di secoli di attività umana. In pratica, sarebbe da rigettare l’idea che concorrenza, lasciata a se stessa, trovi in sé le energie per autogovernarsi. Il paradosso che essi sollevano è quello smithiano ovvero tocquevilliano: il mercato necessita della competizione. Tuttavia, la competizione genera situazioni di progressiva concentrazione del mercato e lo svuotamento delle riserve etiche necessarie al suo buon funzionamento. Di qui il richiamo, sebbene con toni differenti, al ruolo dello Stato, inteso come facilitatore dei processi di mercato, mediante azioni di “intervento conforme” per ristabilire l’ordine della concorrenza.

Con riferimento al secondo tema, Masala individua in Alfred Sherman una figura di collegamento tra la Thatcher e Sturzo. Sherman scrisse alcuni dei discorsi più importanti della Thatcher e di Keith Joseph, uno dei più stretti collaboratori della Iron Lady, e per certi versi suo vero padre politico. Nel libro Paradoxes of Power. Reflections on the Thatcher Interlude, Sherman afferma che molte delle sue idee, le quali confluiranno appunto nei discorsi e nel progetto politico di Joseph e della Thatcher, erano maturate in lui dopo aver riletto l’opera di Sturzo: Moralise Public Life.

L’opera di Sturzo gli parve “compensare” una certa “utopia liberale”, secondo la quale sarebbe sufficiente rimuovere tutti le restrizioni che ostacolano i processi di mercato per assistere al trionfo della società libera. L’argomento che Sherman mutua dall’opera di Sturzo è invece che, in primis, l’economia di mercato è una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente e, in secondo luogo, che affinché il mercato possa dare il meglio di sé sono necessari alcuni prerequisiti morali.

Al di là delle enormi differenze che caratterizzano il pensiero di autori anche molto distanti e in continua disputa, Masala ci mostra come il neoliberalismo abbia posto alla teoria liberale una domanda precisa e ancor oggi ineludibile, per quanto paradossale rispetto al liberalismo classico: come ripensare il ruolo della politica “per innescare un processo con il quale gli individui e la società possano ritrovare maggiore indipendenza dalla politica”?

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