Per un lavoro libero e partecipativo

di Flavio Felice

da “Il Sole 24 Ore”, 28 luglio 2017

Dal 26 al 29 di ottobre si terrà a Cagliari la 48° edizione delle Settimane Sociali del cattolici italiani, dedicata al tema del lavoro. A partire da considerazioni di ordine socio-culturali e teologico-pastorali, hanno assunto una particolare importanza le ragioni di una matura presa di coscienza dei cambiamenti che interessano il nostro Paese ed il mondo del lavoro. Di qui l’esigenza da parte dei laici cattolici di essere sempre più sul territorio interlocutori autorevoli – se credibili – per la loro capacità di attivare “processi di opportunità” che coinvolgano tutti i soggetti interessati alla promozione del lavoro: i lavoratori, gli imprenditori, le banche, le istituzioni politiche sui vari livelli e il variegato mondo della società civile, dove nessuno dei soggetti poc’anzi citati possa avanzare la pretesa di detenere il monopolio sul bene comune.
In questa luce, articolata secondo i quattro registri della denuncia, della narrazione, delle buone pratiche e delle proposte, si colgono anche le ragioni che hanno portato a individuare il tema di fondo dell’appuntamento di Cagliari: “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”. Non una lamentosa rivendicazione di “posti” di lavoro, ma la concreta analisi delle condizioni che consentano a ciascuna persona di contribuire con il lavoro al benessere proprio e del proprio Paese: è questo il senso di un esercizio della sovranità popolare non retorico e affrancato da tentazioni assistenzialistiche e neofeudali.
La disoccupazione rappresenta una delle cause dell’esclusione delle persone dalle reti di produttività e di scambio. Essa, da un lato, lede la dignità umana e, dall’altro, crea occasioni di sfruttamento delle persone ed impedisce un autentico sviluppo umano, con grave danno per la ricchezza della nazione.
In presenza di un contesto economico sempre più competitivo occorre investire in formazione, proponendo iniziative tese ad incrementare quelle soft-skills che rappresentano sempre più il fattore critico di successo sui mercati globali.
Occorrerebbe, in altri termini, affiancare alla formazione tecnica e specialistica (know-how) una formazione umana tesa a fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare le sfide delle relazioni interpersonali, della multiculturalità, della flessibilità, della mobilità sociale, dell’innovazione e del rispetto delle regole.
Su questo fronte le istituzioni possono fare molto, sia direttamente sia indirettamente, supportando la creazione di reti di imprese interessate a diffondere sul territorio una nuova mentalità e un rinnovato spirito imprenditoriale fondato sul riconoscimento del valore della concorrenza e dell’innovazione.
Parallelamente, bisognerebbe investire sulla diffusione della conoscenza e sulla formazione professionale, puntando sui settori tecnologici e sui servizi ad alto valore aggiunto, indirizzando gli investimenti sull’innovazione tecnologica e sulla combinazione di valorizzazione delle specificità dei territori e utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dell’informatica.
Occorrerebbe sostenere gli investimenti in formazione, incidendo sia sulla leva fiscale, sia fornendo risorse sul fronte del diritto alla studio, incentivare la creazione di percorsi di alternanza scuola-lavoro, sostenendo l’avvio di nuove imprese e i progetti di rilancio di imprese esistenti, nati all’interno dei percorsi di alternanza scuola-lavoro.
Gli sforzi sul fronte della formazione andrebbero accompagnati da una decisiva trasformazione della nostra cornice istituzionale che passa sia dalla ridefinizione dell’architettura costituzionale dello Stato nella prospettiva di una democrazia inclusiva e sia dalla ridefinizione sussidiaria dell’intervento pubblico sul fronte organizzativo.
Infine, ma non da ultimo, andrebbe promossa, più di quanto non si stia facendo, la cultura della legalità attraverso interventi a difesa della libertà di intrapresa (concorrenza, lotta alla corruzione, riduzione dei conflitti di interesse), tesi a remunerare l’imprenditorialità produttiva e a disincentivare l’imprenditorialità improduttiva e predatoria.
“Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale” allora significa innanzitutto erodere le fondamenta della società servile, uno spettro che non si dissolverà mai definitivamente e nei confronti del quale non dovremmo mai abbassare la guardia; una specie di “neofeudalesimo” che garantisce sempre nuove rendite di posizione, attraverso lo sfruttamento della maggioranza da parte di minoranze oligarchiche.

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