Finanza sana e diritti, l’equilibrio riformista di una piena sovranità popolare

“Il Foglio”, 26 novembre 2020

In un quadro fortemente realistico potremmo definire lo Stato come un «nome astratto atto ad indicare l’organizzazione della pubblica amministrazione» (L. Sturzo). Ne consegue che la negazione dei limiti giuridici al potere condurrebbe chi detiene tale esercizio a operare nell’arbitrio, in nome di una violenza legalizzata; non importa se al vertice di tale organizzazione sieda una sola persona, un gruppo di oligarchi ovvero una folla rivoluzionaria. In tale prospettiva, tutelare e vigilare sulla finanza pubblica, garantendo la buona amministrazione, esprime una dimensione fondamentale dell’esercizio della sovranità popolare; una visione ideale, tale per cui la dialettica aperta tra i detentori del potere, i liberi cittadini, le libere associazioni e l’articolazione dell’amministrazione è resa possibile ed effettiva, senza che il processo democratico si incammini verso un progressivo deterioramento della sua qualità inclusiva, a favore di soluzioni istituzionale di tipo estrattivo

È questo il tema centrale affrontato da Fabio G. Angelini nella sua più recente monografia, intitolata: L’intervento pubblico tra diritti fondamentali e razionalità economica. Disfunzioni democratiche e funzioni amministrative come esercizio della sovranità popolare (CEDAM, 2020). Muovendosi sul fronte della finanza pubblica, l’autore invita ad un’accurata indagine che possa innovarne la prospettiva e gli strumenti di analisi, cogliendo i presupposti, le forme e i limiti dell’intervento pubblico nel contesto giuridico-istituzionale eurounitario.

La rilevanza di un tale argomento investe le culture politiche riformiste del nostro Paese: tanto la visione liberale, quanto quella liberal-socialista e popolare, dal momento che evidenzia la centralità della spesa pubblica nelle dinamiche istituzionali ai fini di un sano andamento dei mutamente oggi in corso. Oltretutto, con particolare riferimento all’impatto che essa ha sulle scelte del governo, appare evidente come un simile argomento condizioni l’implementazione stessa del principio di sovranità popolare e, con esso, il perseguimento dei diritti fondamentali, costituzionalmente sanciti.

L’approccio scelto dall’autore guarda con interesse all’incontro tra le suddette culture politiche e consente di collocare l’azione politica lì dove confluiscono una serie di prospettive teoriche che vanno dalla public choice all’ordoliberalismo, fino ad arrivare alla constituzional economics e a una ridefinizione della disciplina di finanza pubblica, pensata come leva a difesa di un equilibrio, inevitabilmente precario, tra sfera pubblica e sfera privata, nel tentativo di dare attuazione ai principi di libertà, di responsabilità e di sussidiarietà.

Sarà proprio la costante ricerca di tale equilibrio a rappresentare la cifra riformista di un approccio al governo del Paese che non sacrifica la razionalità economica alla ricerca del consenso e non umilia il riconoscimento dei diritti fondamentali sull’altare tecnocratico di un rigore fine a se stesso. Il principio di concorrenza, chiave ermeneutica per comprendere il dinamismo di una società aperta secondo il modello dell’economia sociale di mercato, e quello di garantire una finanza sana, grazie ad una stabilità monetaria che nulla ha a che vedere con la fissità del valore monetario, comportano un rafforzamento del principio di sovranità popolare, nei confronti di un esercizio del potere amministrativo che, in assenza di tale leva di controllo, risulterebbe arbitrario e politicamente irresponsabile.

Una posizione, questa appena esposta, che, per usare le parole di Angelini, «rinvia ad una visione rovesciata della sovranità e alla ricerca in concreto dell’efficienza dell’intervento pubblico dal punto di vista dell’appropriatezza dei mezzi rispetto ai fini perseguiti, a partire cioè dalle preferenze degli individui e sulla base di trasparenti operazioni di bilanciamento tra diritti e doveri costituzionali». È questa un’assunzione di responsabilità da parte di chi esercita la sovranità, a garanzia dei diritti fondamentali, affinché non rimangano unicamente scritti su una carta costituzionale, ma divengano effettive condizioni esistenziali.

In questa prospettiva, per cogliere le opportunità offerte dal Recovery Fund e le ingenti risorse messe a disposizione, evitando tentazioni paternalistiche e spezzando quelle dinamiche estrattive che ledono i diritti fondamentali, contribuendo a ridurre la competitività del nostro sistema Paese, l’autore propone un adeguamento del nostro ordine giuridico-politico nella direzione della sostenibilità del debito pubblico e dell’economia sociale di mercato, da intendersi entrambi quali elementi della struttura costituzionale, favorendo così un processo di riallineamento competitivo in grado di creare le condizioni per uno sviluppo che sia umano ovvero integrale e, per tale ragione, anche pienamente economico.

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