Conversando ancora con Massimo Baldini

di Dario Antiseri

Caro Massimo,

insieme ai tuoi cari, ai tuoi ex-studenti e ai tuoi collaboratori scientifici, e ai tuoi amici, siamo qui a Greve spinti dal sincero desiderio di stare un po’ con te sulla “collina” e proseguire quella conversazione che per anni ha arricchito quanti hanno avuto la fortuna e il privilegio della tua presenza nella loro vita.

Sei stato tra i primi – in Italia, ma più ampiamente in Europa – a comprendere – tra notevoli difficoltà e ostacoli mirati – la forza logica e la fecondità teoretica del razionalismo critico di Karl R. Popper. Ed esattamente a partire da una approfondita indagine dell’epistemologia fallibilista sei riuscito a sviluppare pregevoli e innovative applicazioni alla logica della diagnosi clinica, alla storia della scienza, alla pedagogia e alla filosofia politica.

Risale al 1975 il volume Epistemologia contemporanea e clinica medica – lavoro che sta all’inizio di un rinnovato interesse in non poche Facoltà di medicina e chirurgia (Roma “La Sapienza”, Roma “Policlinico Gemelli”, Perugia, Padova, Milano) per la metodologia della clinica. I seminari da te puntualmente organizzati all’Istituto di Storia della medicina dell’Università di Roma ha coinvolto clinici di prim’ordine come M. Austoni, G. Giunchi, G. Federspil, C. Scandellari, V. Cagli, premi Nobel come D. Bovet e R. Levi-Montalcini, fisici come  E. Hutten e S. D’Agostino, filosofi come V. Somenzi e F. Barone, storici della medicina come M.D. Grmek e F. Bonora. La medicina: gli uomini e le teorie è una istruttiva e brillante storia della medicina scritto con Donatella Lippi e apparsa nel 2000. E con Antonello Malavasi ha curato il Dizionario di metodologia clinica di Augusto Murri (2003). Nella scia di Murri: «Nella clinica, come nella vita, bisogna dunque avere un preconcetto, uno solo, ma inalienabile – il preconcetto che tutto ciò che si afferma e che par vero può essere falso; bisogna farsi una regola di criticare tutto e tutti, prima di credere: bisogna domandarsi sempre come primo dovere “perché devo io credere questo?”». E, insieme con Murri, Claude Bernard: sia il metafisico che il medico e il fisiologo partono da idee preconcette, ma mentre il metafisico considera le sue idee come verità assolute e indistruttibili, «il motore del metodo sperimentale è il dubbio». Dunque: è la fantasia che crea mondi possibili, ipotesi, e logica rigorosa e i più severi controlli fattuali ne costituiscono la ghigliottina.

Tutti ammonimenti, questi, che tu, di fronte al proliferare delle medicine “eretiche”, hai cercato di far valere sia nei tuoi scritti come anche quale membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

 

 

Tutta la ricerca scientifica, ovunque essa venga praticata – in fisica e in economia, in chimica e nella storiografia, nella critica testuale e in filologia come in fisiologia – si risolve in tentativi di soluzione dei problemi. E i problemi si risolvono con la proposta di idee da sottoporre ai più severi controlli. Controlli che portano alla conferma (sempre provvisoria) della migliore tra le idee avanzate e disponibili o alla loro smentita o falsificazione. La ricerca scientifica, insomma, avanza per congetture e falsificazioni, per tentativi ed errori, e l’errore commesso, individuato ed eliminato è il debole segnale rosso che ci permette di venir fuori dalla caverna della nostra ignoranza. È del 1998 il tuo libro Karl Popper e Sherlock Holmes: «Tra lo scienziato, il medico e il detective c’è, da un punto di vista metodologico, aria di famiglia. Del resto, non pochi epistemologi si sono soffermati a riflettere sui procedimenti metodologici della detection cogliendo somiglianze e differenze con il metodo seguito dagli uomini di scienza nei loro laboratori e dai medici al letto dei pazienti». I tuoi lavori di storia della scienza, caro Massimo, sono stati esemplari di quest’uso della ragione e insieme un’analisi degli ostacoli ideologici, socio-economici ed “epistemologici” che, via via, ne hanno proibito o ne proibiscono lo sviluppo. E subito, sia dagli inizi del tuo percorso intellettuale, hai individuato i nessi che intercorrono tra l’epistemologia e la filosofia della politica. È, infatti, la consapevolezza della fallibilità della conoscenza umana a costituire il primo (anche se non l’unico) fondamento della società aperta. Se io sono consapevole di essere fallibile, allora, se mi preme davvero risolvere un problema, sarò grato a te se mi mostrerai i miei errori proponendomi una teoria alternativa migliore, e tu mi ringrazierai se io farò la stessa cosa con te alle prese con problemi che ti stanno a cuore. In poche parole, discuteremo al fine di trovare la soluzione migliore. E la discussione è l’anima della democrazia, società aperta o Stato di diritto. Non discuterà, invece, colui che ha la presunzione di essere in possesso di verità assolute e dell’idea di società perfetta. Costui sarà, piuttosto, divorato dallo zelo di imporre agli altri questa sua presunta Verità assolute con ogni mezzo, con lacrime e sangue, la galera, il manicomio criminale, la morte per fame, lo sterminio. È la via dei Lager e del Gulag. Più volte, nei tuoi scritti, nelle tue conferenze, nelle tue lezioni hai insistito sul pensiero di Paul Claudel, secondo cui «quanti hanno immaginato e voluto per gli altri il paradiso in Terra, sono solo riusciti a creare per loro un molto rispettabile inferno». Da qui i tuoi lavori sulla tradizione del pensiero utopico, dove in genere le buone diagnosi dei mali all’epoca esistenti sono sempre accompagnate dalle peggiori terapie liberticide, «con l’individuo ridotto a fantoccio». La società perfetta è l’esplicita negazione della società aperta. Tu dici: «La costruzione di uno Stato perfetto apre la porta, per motivi logici, alla violenza e al totalitarismo». E aggiungi: «La città utopica è il sogno di un solo utopista e l’inferno di tanti piccoli e incolori uomini. I suoi abitanti sono soltanto dei burattini, dei semi-idioti». In questo orizzonte, conseguentemente, il tuo impegno senza sosta nello scavo delle ragioni epistemologiche, economiche e religiose della libertà – con saggi, articoli su riviste, antologie, interviste in televisione e per radio su pensatori quali Polanyi, Popper, Sturzo, Lord Acton, Tocqueville, Röpke, Mises e Hayek.

 

 

Con Popper: Razionale non è la doman­da «Chi deve comandare?», ma la domanda: «Come controllare chi comanda?». La società chiusa è una società collettivistica, «una gabbia tribale». Nella società aperta «gli uomini hanno imparato ad assumere un atteggiamento in qualche misura critico nei confronti dei tabù e a basare le loro decisioni sull’autorità della propria intelligenza (dopo discussione)». Liberi perché fallibili.

Con Hayek: «Il controllo economico non è solo il controllo di un settore della vita umana il quale possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia il controllo esclusivo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere realizzati, quali valori debbano venir considerati come superiori e quali inferiori; in breve, cosa gli uomini devono credere e a che cosa aspirare». In poche parole, questo il grande avvertimento: «Chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini», ha in mano la vita degli altri.

Con Röpke: «Soltanto il Cristianesimo ha compiuto l’atto rivoluzionario di sciogliere gli uomini, come figli di Dio, dalla costrizione dello Stato e, per parlare come Guglielmo Ferrero, di demolire l’esprit faraonique dello Stato antico». Per il cristiano, Káysar non è Kýrios, lo Stato non è l’Assoluto.

 

 

«Le istituzioni sono come le fortezze, resistono se è buona la guarnigio­ne». Dalla politica a problemi della scuola, alla pedagogia. Vivo interesse hanno suscitato e seguitano a suscitare le tue ricerche sulle interconnessioni tra l’epistemologia e specifici problemi didattici. Basti qui ricordare il lavoro del 1976 I fondamenti epistemologici dell’educazione scientifica, come anche Epistemologia e pedagogia dell’errore, pubblicato dieci anni più tardi, e cioè nel 1986. L’intento di fondo del primo di questi due lavori sta nell’invito ad impostare un insegnamento delle scienze nella prospettiva di una immagine storica, collaborativa e non dogmatica della scienza. Quindi: insegnare per problemi e non per esercizi; mostrare, anche tramite significative iniezioni di storia della scienza, il ruolo della fantasia creatrice di ipotesi quali tentativi di soluzione dei problemi da sottoporre poi al più severo controllo critico; e far comprendere, quindi, che la scienza cresce perché – come diceva R. Oppenheimer per la fisica – non sbaglia mai due volte allo stesso modo.

E qui sta la ragione della rilevanza dell’altra opera: Epistemologia e pedagogia dell’errore. «Ogni insegnante, afferma Baldini, deve riuscire a far comprendere ai propri allievi che l’errore non è qualcosa di scandaloso, ma il motore tanto del sapere scientifico quanto del processo educativo nel quale sono coinvolti». Quello che Baldini prende di mira con le sue critiche è un insegnamento delle scienze privo di consapevolezza epistemologica e senza storia – un insegnamento, quindi, che, come risultato, chiude le menti dei giovani nell’ergastolo di uno scientismo dogmatico e carico di pericoli. “Questo è scientifico… e quindi non si discute!”. No, le cose stanno ben diversamente: de gustibus non disputandum, ma de scientia disputandum. E sia nella ricerca scientifica che nella vita, si cresce imparando dai propri errori e da quelli altrui. È stato Giovanni Vailati – ricorda Massimo – a precisare che «tante specie di errori possibili sono altrettante occasioni di apprendere». E se per Federigo Enriques «il maestro sa che la comprensione degli errori dei suoi allievi è la cosa più importante della sua arte didattica», «da qualunque parte si guardi – faceva presente Maria Montessori – troviamo sempre il Signor Errore! Se vogliamo andare verso la perfezione, conviene stare attenti agli sbagli perché la perfezione verrà solo correggendoli e bisogna guardarli alla luce del sole, bisogna ricordarci che essi esistono come esiste la vita stessa».

 

 

Oltre a quella per l’epistemologia e le sue “conseguenze” nel campo della metodologia della clinica medica, della teoria politica e di nevralgiche problematiche pedagogiche, l’altra grande e costante area di problemi esplorata da Massimo Baldini è stata la filosofia del linguaggio. Tra i suoi numerosi contributi vanno almeno menzionati: La semantica generale, 1976; La tirannia e il potere delle parole. Saggi sulla semantica generale, 1981; Parlar chiaro, parlar oscuro, 1989; Parole, labirinti e sentieri, 1989; Contro il filosofese, 1991; Elogio dell’oscurità e della chiarezza, 2004; Il linguaggio della pubblicità. Le fantaparole, 1996. Scrupoloso conoscitore delle opere di Wittgenstein (si veda la prima parte dell’Elogio del silenzio e della parola, 2005; ma anche l’antologia L. Wittgenstein: linguaggio, metafisica e scienza, 1989), di G. Ryle, J.L. Austin e degli altri filosofi del linguaggio, Baldini ha utilizzato “gli attrezzi dell’arsenale analitico” soprattutto (anche se non esclusivamente) in indagini rivolte alle varie forme patologiche del linguaggio, quali: il politichese, il filosofese, il medichese, il burocratese – ma anche: l’aziendalese, l’omiletichese e il sindacalese. Si tratta di analisi acute, brillanti, sommamente istruttive e socialmente utili in un’epoca che come la nostra, per dirla con Irving Lee, è sempre più «un’epoca di menzogna organizzata».

 

 

Dunque: il filosofese. E ciò nel preciso senso che tra i professionisti di quel parlare oscuro che nella sua essenza è una deliberata sopraffazione linguistica, Baldini pone non pochi filosofi – filosofi del passato e anche filosofi italiani dei nostri giorni. «La mia convinzione – egli scrive in Contro il filosofese – è che la filosofia sia un esercizio di razionalità e che, quindi, la chiarezza e la brevità non siano degli optionals per i filosofi. A mio avviso, troppi credono ancora che in filosofia sia sufficiente essere oscuri per essere profondi e amano porgersi con un gergo del tutto incontrollabile e tumultuario, amano, in breve, riempire le pagine dei loro libri con una prosa astrusamente torbida, si servono del linguaggio per porre una distanza incolmabile tra loro e il lettore».

Tutti gli uomini, come dice Popper, sono filosofi – tutti, infatti, hanno, se non dei giudizi, dei pregiudizi filosofici –, per cui le ricerche dei filosofi, interessando tutti e su questioni le più importanti, dovrebbero aspirare alla più grande chiarezza. Ed è così, allora, che «quanti in filosofia amano un linguaggio oscuramente oracolare, un linguaggio oscillante tra un allucinato ermetismo e un faticoso arzigogolare esoterico tradiscono l’intima natura della disciplina da loro coltivata». D’accordo con Vauvenargues, per Baldini «la chiarezza è la buona fede dei filosofi», e con Montaigne è egli dell’opinione che l’oscurità sia «una moneta che i dotti impiegano, come i prestigiatori, per non scoprire la vanità della loro arte e dalla quale l’umana stoltezza si lascia appagare facilmente».

Contro il filosofese ebbe un impatto non indifferente tra i filosofi italiani; il libro riscosse un immediato successo e chi si sentì colpito reagì non sempre in modo composto. E la polemica dalle riviste filosofiche transitò sui giornali: il 27 agosto del 1991 «la Repubblica» dedicò la pagina principale della cultura alle reazioni al libro di Baldini da parte di figure di rilievo del nostro panorama filosofico come Paolo Rossi, Sergio Givone e Gianni Vattimo.

 

 

Doverosa la chiarezza per chi scrive di filosofia, essa non può essere una virtù per l’uomo religioso, per il mistico. E proprio al linguaggio dei mistici Baldini ha dedicato lavori di incomparabile profondità: Il linguaggio dei mistici, 1986; Il silenzio dei padri del deserto, 1987; Le parole del silenzio, 1986; Le dimensioni del silenzio, 1988; Le parole dell’estasi, 1997; Elogio del silenzio e della parola. I filosofi, i mistici e i poeti, 2005. Quello dei mistici è un linguaggio pieno di fascino: «un linguaggio che è ben diverso dal linguaggio dei nostri discorsi di tutti i giorni. In quest’ultimo, infatti, ci imbattiamo sempre, o quasi sempre, in parole senza peso, inoperanti, inessenziali, in una lingua kitsch che smussa il pensiero provocando una inarrestabile narcosi intellettuale. Nel linguaggio dei mistici, di contro, non compaiono mai parole fantasma, parole piene di rughe, parole consumate, usurate o scheletrite. Le parole che essi amano e di cui fanno uso sono parole parlanti, parole inaugurali, parole che si presentano sulle labbra come se fossero al loro primo mattino, parole “sorvolate di stelle, inondate di mare”».

Questo scrive Baldini ne Il linguaggio dei mistici, dove le tesi di natura teoretica trovano la loro consistenza attraverso un puntuale ritorno alle opere di numerosi mistici, tra cui quelle della beata Angela da Foligno, di Maria Maddalena de’ Pazzi, di Santa Caterina da Siena, di Santa Veronica Giuliani. Il linguaggio del mistico «è un linguaggio essenzialmente esplorativo. Il mistico impone alle parole una sorta di torsione creatrice di senso». Il mistico, in altri termini, «è colui che tenta continuamente di dire ciò che non può essere detto. Egli compie continuamente esperimenti linguistici volti a sondare se il linguaggio può essere usato per rendere manifesto ciò che rimane nascosto dal suo uso quotidiano. Per dirla con Wittgenstein, si avventa contro i limiti del linguaggio e torna indietro con la testa sanguinante. Il mistico procede in modo esitante e talvolta incespica sui sentieri del linguaggio. Stando in bilico sull’orlo della piattaforma linguistica finisce con l’oscillare tra il paradosso, il non-senso e il silenzio».

Cristiano e filosofo, Baldini, rispettoso ma lontano da prospettive intellettualistiche come quella neoscolastica, si è da sempre situato dalla parte di Pascal e di Kierkegaard – come si può facilmente constatare anche da quanto egli sostiene in: C’è ancora spazio per la fede? (con Siro Lombardini, 1992) e in La rosa è senza un perché. Pensieri sulla fede (1998). Per questo, «tra il linguaggio del teologo che scrive sempre in prosa e quello del mistico che scrive in poesia anche quando scrive in prosa», è nei confronti di quest’ultimo che egli dichiara la sua preferenza. Ciò, se non altro, a motivo del fatto che «il caldo linguaggio del mistico, che si contrappone alla freddezza di quello teologico, è un linguaggio che pone fine anche nella fede all’insensatezza della chiacchiera, alle parole senza scopo, al cattivo odore delle frasi fatte. Col suo parlare egli ci fa toccare i limiti del linguaggio, ci mostra che le parole, come scrive Eckhart, sono spesso delle intruse tra noi e Dio. I deragliamenti che il mistico fa compiere continuamente alle parole ci impegnano in un esodo linguistico la cui terra promessa è talora il silenzio, ma possono anche consentirci preziose e inattese scoperte».

 

 

Di seguito, caro Massimo, pensieri di autori che sono i tuoi “auttori” – pensieri ognuno dei quali può considerarsi come un nucleo teorico che tu, a più riprese, hai sviluppato, talvolta intrecciandoli, nel corso del tuo itinerario intellettuale.

  1. Einstein: «Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste nessuna autorità umana; e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dèi».

K.R. Popper: «Razionale non è un uomo che voglia aver ragione, ma un uomo che vuole imparare – imparare dai propri errori e da quelli altrui».

  1. De Madariaga: «L’Europa è socratica nella mente e cristiana nella volontà».

Th.S. Eliot: «Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora dovremo attraversare molti secoli di barbarie».

  1. Hume: «La libertà non si perde tutta in una volta».

Lord Acton: «Il vizio comune della democrazia è il disprezzo della morale».

K.R. Popper: «Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza».

Di te stesso hai detto: «Tra il filosofo-sentinella che ama la chiarezza e la controllabilità e sostiene, come Socrate, di sapere di non sapere e il filosofo-oracolare che, di contro, preferisce l’oscurità e si presenta sulla scena come portatore di verità inscalfibili dal tempo, le mie preferenze vanno decisamente al primo. A mio avviso, il filosofo non può essere né un burocrate addetto alla manutenzione delle ideologie, né tantomeno un funzionario addetto a compiti meramente consolatori», egli è «uno specialista di idee generali che nei vari ambiti del sapere o della realtà esercita una sorveglianza critica e svolge una decisiva azione demitizzante». Ti sei trovato d’accordo con I. Berlin sul fatto che il fine della filosofia «consiste nell’aiutare gli uomini a capire se stessi e quindi a operare alla luce del giorno e non, paurosamente, nell’ombra».

Caro Massimo, hai terminato la tua corsa il 10 dicembre di dieci anni fa. Ma mai – e tu lo sai – è terminata la conversazione con te. Con le tue idee, le tue domande, i tuoi progetti sei nelle nostre menti. E quel che più conta è che per la tua lealtà, generosità, dirittura morale, impegno etico nella professione e nella vita sei nel cuore dei tuoi cari, dei tuoi tanti – proprio tanti – allievi, dei tuoi collaboratori scientifici, di noi amici. Hai combattuto la buona battaglia. Dunque: soltanto grazie.

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