Ecco perché non è il consumo che tiene insieme la società

Flavio Felice

“Avvenire”, 28 Novembre 2018

Il libro di Vincenzo Costa (Consumo e potere. Ontologia del legame e dell’emancipazione, Moltemi Linee, 2018, pp. 231) è una sfida alla tentazione di liquidare i problemi sociali in maniera sbrigativa e convenzionale. Il problema dal quale prende spunto è sintetizzabile nelle domande che seguono: «Che cosa tiene insieme ciò che siamo soliti chiamare “una società” e che ne è del legame sociale nel mondo contemporaneo, cioè nell’epoca del consumo?». L’Autore presuppone l’alternativa tra un’idea di legame sociale che si costituisce all’interno di “aperture di senso” storicamente determinate e che comporterebbero una critica radicale al sistema dominante, tesa alla sua decostruzione. Ovvero, una nozione di legame sociale in assenza di una strutturale ontologia del soggetto, che rende necessarie sempre nuove articolazioni che possano confermare i rapporti di dominio e giustifichino il sistema di potere.

L’Autore intende far emergere le condizioni ontologiche entro le quali matura la nostra esperienza e delimitare tale orizzonte di senso ad un tempo ormai in declino. La critica di Costa al mercato è tutt’altro che moralistica: «non è sbagliato vendere e comprare materiale pornografico relativo ai minori: è sbagliato che il materiale esista». Non si tratta di criticare moralmente il mercato o certi tipi di merci, ma il fatto stesso che il mercato e certi tipi di merci esistano.

La tesi da cui prende le mosse Costa è la critica radicale all’idea che lo scambio sociale tenga insieme la società e che la nozione di utilità possa generare la struttura del legame sociale. Al contrario, sarebbe una certa “apertura di senso” a determinare il fatto stesso che vogliamo “consumare”, indipendentemente da cosa. Il che si spiegherebbe perché nell’attuale fase, i bisogni non sarebbero soddisfatti dai beni, bensì dal consumo stesso.

In questa determinata “apertura di senso”, l’egemonia assunta dallo “scambio degli equivalenti” precluderebbe altri orizzonti teorici per i quali la “razionalità” non si indentifica con la logicità paretiana. In tal senso, si possono cogliere interessanti punti di contatto con la critica che Ludwig von Mises, un padre della Scuola Austriaca dell’economia, ha mosso al paradigma neoclassico. In effetti, sebbene Costa identifichi la razionalità paretiana con la nozione stressa di razionalità in economia, vorremmo approfittare di questa occasione per sottolineare come una feroce critica al paradigma neoclassico sia giunta dall’interno della stessa tradizione neoclassica, sebbene considerata eterodossa: quella austriaca.

La razionalità misesiana è di tipo problem oriented: il più generale prerequisito dell’azione umana è la presenza di uno stato di insoddisfazione; il secondo consiste nel fatto che il soggetto agente è sempre ignorante e fallibile; il terzo ci dice che lo stato di insoddisfazione è rimosso dall’homo agens nel modo in cui egli ritiene migliore e il quarto recita che ogni individuo selezionerà i mezzi più adatti al perseguimento dei propri personalissimi fini.

Il passaggio all’approccio mesesiano dissolve la dogmatica razionalista di tipo paretiano e consente di ragionare in termini di criteri di razionalità – una pluralità di ragioni piuttosto che di un unico principio di razionalità –, capaci di attribuire a parte subjecti un contenuto razionale anche ad azioni che la razionalità paretiana giudicherebbe “non-logiche” se non “illogiche”.

Ad ogni modo, il percorso di Costa procede autonomamente e giunge a conclusioni opposte rispetto a quelle di Mises e comunque suggestive. Alla logica dello “scambio” e a quella del “dono”, entrambe destinate a rendere dipendente un soggetto da un altro e a conformare la politica come sistema di potere, l’Autore oppone la logica della “resa”.

Se “rendo” qualcosa nessuno s’indebita o si assoggetta e così supero le due impostazioni: quella che non ci consente di distinguere il dono dal debito e quella che sostiene l’impossibilità stessa del dono, in nome della giustizia. Conclude il nostro Autore, il diritto al lavoro e alla salute non sono altro che la cristallizzazione, in forme istituzionali, della logica della “resa” e non la gentile concessione del sovrano di turno: qualcosa è dovuto all’uomo in quanto uomo. È l’istituzionalizzazione di un’istanza che fende come una lama la contingenza e giunge all’annullamento del potere come dominio sull’altro.

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