La discontinuità necessaria per ridare voce agli italiani

Fabio G. Angelini – Flavio Felice

Se all’indomani del referendum nessuno può sostenere di avere vinto, sono pochi invece i dubbi su chi abbia perso. In primo luogo, hanno perso il PD e quel simulacro di società civile rappresentato da una serie di sigle che negli anni hanno mostrato di voler esprimere gli interessi dei loro associati solo in maniera corporativa, offrendosi nel ruolo di cinghia di trasmissione tra il potere del governo e le istanze dei loro associati; è questa una perversione della sussidiarietà che si converte in neocorporativismo. In secondo luogo, ha straperso il “renzismo”, una sotto specie della categoria politica del populismo, contraddistinta dalla velocità della narrazione e non supportata dalla cura per la gestione dei processi avviati. Il “renzismo” si è mostrato appagato della propria narrazione, come se il racconto dei problemi coincidesse con la loro soluzione. Il ‘popolo’ del ‘populista’ risponde ‘presente’ quando è interpellato e non si permette di dire ‘no’, perché dà per assunto che il suo leader conosca meglio di chiunque altro la destinazione e il modo come raggiungerla. Il ‘popolo’ del ‘popolare’ invece esprime il limite al potere, un limite morale, organico e politico. In terzo luogo, a perdere è stato Matteo Renzi. Non solo ha perso il referendum ma, con le sue dimissioni, ha aperto una crisi di governo che poteva essere evitata. Prima si è imposto per andare a Palazzo Chigi, scalzando Enrico Letta, poi si è intestato una riforma della costituzione pensata per consolidare giuridicamente (e non politicamente) gli assetti esistenti. Non riuscendo a raccogliere un consenso sufficiente in Parlamento, ha trasformato la riforma in una battaglia populista, sfidando i suoi avversari e chiamando gli italiani al voto plebiscitario sulla sua persona. Perdendo, ha preferito fuggire dalla responsabilità di governo al solo fine di non farsi logorare, meditando un ritorno minaccioso.

Una parabola discendente rispetto alla quale i problemi del Paese sono ancora tutti lì da risolvere e dalla quale è seguita una fase di stallo che l’esperienza di Mattarella ha evitato che degenerasse in una palude. L’incarico a Paolo Gentiloni non è la soluzione migliore, ma di sicuro è l’unica chance per scongiurare un ennesimo Parlamento delegittimato, incapace di garantire il principio di rappresentanza e la governabilità. Un passaggio necessario – vedremo se sufficiente – per aprire la strada, dopo le elezioni, a un governo dotato di una forte legittimazione democratica, in grado di occuparsi dei problemi del Paese, piuttosto che della propria sopravvivenza.

I problemi del Paese sono noti da tempo. La produttività del suo sistema imprenditoriale, una pubblica amministrazione che rappresenta ormai un fattore frenante e estrattivo del Paese e le regole per la selezione della classe dirigente, ci sembrano ormai vere e proprie emergenze.

Sulla produttività, occorre abbandonare ogni forma di politica industriale tendente a sostenere aziende incapaci di competere nel nuovo quadro macroeconomico, avviando una rigorosa politica per la competitività, incentrata sulla promozione della concorrenza, sulla liberalizzazione di ampi settori dell’economia e sul rafforzamento del sistema formativo (Università, AFAM, formazione professionale) e della ricerca, favorendone un’alleanza con il sistema produttivo. Nel contempo, tale politica di riallineamento competitivo andrebbe accompagnata con interventi in grado di sostenerne i costi sociali, invertendo la polarità del nostro patto intergenerazionale attraverso l’inclusione nel mondo del lavoro e nel sistema produttivo di coloro che oggi ne sono esclusi, a partire dai più giovani.

Quanto alla pubblica amministrazione, occorre trasformarla da leva estrattiva a strumento di inclusione e di sostegno al sistema produttivo. Serve un nuovo patto pubblico-privato, sia sul fronte della riorganizzazione in chiave sussidiaria della pubblica amministrazione, sia su quello del rapporto fisco-contribuenti, nel segno della diminuzione della pressione fiscale e della lotta serrata all’evasione. Un patto che richiede la piena attuazione dell’art. 118 della costituzione, con la riforma del sistema di finanziamento dei servizi da parte della pubblica amministrazione, a favore della sussidiarietà orizzontale e del sistema dei vaucher e il ripensamento delle forme e modalità di intervento pubblico nell’economia e nella società, attraverso la ridefinizione di una cornice istituzionale fatta di incentivi e disincentivi che favoriscano la responsabilità dei singoli, rispetto alle sorti dell’altro e di promuovere la solidarietà tra tutte le componenti della società civile.

L’adozione di tali politiche non potrà che spettare ad un governo legittimato da elezioni democratiche, che auspichiamo possano svolgersi il prima possibile. Essa, tuttavia, richiede una forte rappresentatività popolare e un solido collegamento con i territori che solo la riscrittura delle regole di selezione della classe dirigente del Paese potrebbe assicurare. Ciò significa, legge elettorale, ma anche riforma dei partiti e un coerente sistema di finanziamento. A tal proposito, appare urgente una riflessione che consenta l’applicazione dell’art. 49 della Costituzione, il quale afferma che “Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberalmente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, magari riprendendo la proposta presentata da Luigi Sturzo al Senato nel 1958, prevedendo l’obbligo per i partiti di dotarsi di un’organizzazione interna democratica (La riforma dei partiti e il finanziamento della politica).

Con l’apporto responsabile di tutte le forze politiche, speriamo che Gentiloni vorrà incentrare l’orizzonte politico del suo governo su questo fronte, in modo trasparente e responsabile, rinunciando ad anteporre l’interesse del PD o del suo segretario a quello del Paese e, soprattutto, rispettando la centralità del Parlamento nella riscrittura delle regole del gioco. Affrontare tale nodo istituzionale non è solo una priorità ma l’unica via per permettere al governo che uscirà dalle prossime elezioni di aggredire i problemi del Paese senza scadere nella cattiva politica, fatta di corruzione e di populismo, genitori naturali e legittimi dell’antipolitica.

 

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