La diaspora politica dei cattolici e l’agguato dei “cattoconsulenti”

Giancarlo Chiapello, Flavio Felice

I recenti articoli sull’afonia dei cattolici in politica, si pensi a quello di Andrea Riccardi e di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera, oltre a quelli di Dario Antiseri sul sito del Centro Studi Tocqueville-Acton, di Sergio Belardinelli, di Salvatore Abbruzzese e di Agostino Giovagnoli, ci invitano a riflettere su una certa coazione a ripetere appelli e manifesti, una modalità tipica e abusata nel quarto di secolo della fallimentare e sedicente seconda repubblica che ha avuto tra i principali obiettivi e risultati l’emergere e la conservazione di determinati gruppi di potere e l’irrilevanza politica dei cattolici; crediamo che i principali responsabili delle fratture tra cattolici si annidino proprio tra coloro che si presentano come l’intellighenzia, intellettuali sempre disponibili a servire il principe di turno, dotati di un armamentario ideologico fatto di una spolverata di ambientalismo, un po’ di solidarismo e con un ostentato sentimento pacifista che non guasta mai.

La stagione che i cattolici si trovano a vivere sembrerebbe quella “catto-consulenziale” che si è aperta e si è consolidata all’indomani dello scioglimento della Dc e seguito dal fallimento dei tanti partitini nati dalla sua deflagrazione. È una stagione che ha prima accarezzato e teorizzato la diaspora dei cattolici, ponendosi al suo servizio, e in seguito ha agito da freno alla ricostruzione di una dimensione autenticamente politica dell’arcipelago cattolico, trincerandosi dietro l’esaltazione del prepolitico.

Al contrario, quell’arcipelago cattolico avrebbe avuto bisogno di ponti e di frangiflutti anti-ideologici, apparendo oggi, almeno ai nostri occhi, evidente l’utilità di una sua ricomposizione politica, dichiaratamente popolare e collegata a questa famiglia politica europea, in cui contribuire a rilanciarne e ad aggiornare la piattaforma programmatica.

Insomma, crediamo che sia giunto il tempo di chiudere definitivamente l’effimera stagione dei “cattoconsulenti” con il loro conformismo che tende solo ad occupare spazi, piuttosto che a innescare processi. Il “cattoconsulente” è convinto che manchino sempre le condizioni perché l’esperienza dei cattolici possa trovare una ricomposizione e, in nome di tale impossibilità quasi metafisica, si autopropone per rappresentare quel mondo in forza della sua ostentata competenza, apertura mentale e, ça va sans dire, dei buoni rapporti che quotidianamente intesse con le gerarchie. Mancherebbero sempre le condizioni, tranne quando, sotto elezioni, in presenza delle condizioni, ecco che verrebbe meno il tempo e qualsiasi discussione sulla presenza organizzata dei cattolici in politica è rinviata a dopo le elezioni, quando, ovviamente, verranno di nuovo meno le condizioni.

Va da sé che il “cattoconsulente” è convinto che il suo impegno a favore di uno dei partiti o schieramenti che esprimono l’offerta politica possa esaurire il problema della rappresentanza dei cattolici e, dunque, vede come fumo negli occhi qualsiasi tentativo teso a considerare l’ipotesi di una qualche forma di aggregazione “di” cattolici in politica. Una simile ipotesi renderebbe superflua la sua pretesa e lo obbligherebbe a competere in un normalissimo processo democratico, senza poter lucrare da presunte rendite di posizione che gli derivano da sbandierate appartenenze ad una delle tante associazioni che compongono il plurale mondo cattolico.

Queste figure che hanno contribuito ad acuire un certo individualismo, riportano alla mente l’importanza di un ritorno ad una fase ben descritta dalle parole di Mino Martinazzoli e che sono rimaste troppo a lungo sospese: “ci diceva don Primo Mazzolari che noi dobbiamo attrezzarci per metterci un poco all’opposizione, all’opposizione di noi stessi: delle nostre grettezze e delle nostre paure, se vogliamo anche delle nostre ambizioni. Io credo che quando ciascuno di noi riflette fuori dal fuoco della controversia, illimpidendo stati d’animo e percezioni di scontro o d’incomprensione, sa che alla fine di questo nostro impegno non c’è una soddisfazione personale che valga l’idea di avere servito senza inganni e senza rimorsi, questa grandezza, questa ragionevole speranza, questa splendida intuizione che è una idea democratica e cristiana”.

Diventa così possibile rendersi utili nella duplice dimensione ecclesiale e politica, ritrovare un pensiero che non si arrocca ma risponde al problema posto da Galli Della Loggia, relativamente all’eclissi dei cattolici in politica: “la verità è che sotto l’urto dissolvitore della secolarizzazione, il cattolicesimo non è riuscito nell’impresa – a onor del vero forse impossibile – di trovare una risposta all’altezza della sfida”.

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