La responsabilità, i limiti del potere e la lezione di Rosmini

Flavio Felice

“Il Sole 24 Ore”, 20 agosto 2019

Lo “spirito d’intelligenza”, di ispirazione rosminiana, assume i caratteri del criterio adottabile in ogni campo di azione dell’uomo, ovverosia, quale principio universale dell’agire umano. È questa la sfida fondamentale con la quale si apre il XX corso dei Simposi Rosminiani di Stresa (20-23 agosto 2019), quest’anno dedicato al tema “Legge, coscienza e libertà”, curato dal Centro Internazionale di Studi Rosminiani, diretto da Padre Umberto Muratore, e dalla Conferenza Episcopale Italiana. Tanti sono i temi proposti dal ricco programma e, come da consuetudine pluridecennale, si spazia dalla filosofia alla teologia, dal diritto all’economia e dalla politologia alla sociologia. La pluralità disciplinare delle relazioni è tenuta insieme da una ben determinata prospettiva antropologica che, alla decostruzione giuridica del concetto di persona, risponde con la visione unitaria e personalista di Antonio Rosmini, secondo il quale la persona umana è il “diritto sussistente”.

A tal proposito, data la vastità e la ricchezza della proposta avanzata dagli organizzatori del simposio, mi limiterò a evidenziare un aspetto dell’opera rosminiana che ritengo importante, sia in termini di nuda e cruda attualità politica, sia in termini di eredità che Rosmini ha fornito al deposito della cultura politica del nostro Paese. Mi riferisco all’interpretazione, dapprima rosminiana e, in seguito, assunta convintamente da Luigi Sturzo, della politica come “limite al potere”. È questa, come ci ha insegnato, tra gli altri, Giovanni Sartori, la cifra della tradizione liberaldemocratica.

Quanto affetto Sturzo nutrisse per Rosmini e quanto fosse addolorato per la vicenda che vide il roveretano messo all’indice e perseguitato dalle gerarchie, mosse dai soliti “guardiani dell’ortodossia neotomista”, si comprende dal brano che segue, in cui il sacerdote siciliano, durante gli anni dell’esilio (1924-1946), auspica persino che il condannato Rosmini sia elevato agli onori degli altari. Scrive Sturzo: «Io prego tanto il vostro venerato fondatore ogni giorno che mi conceda di vedere l’Italia ritornata libera, senza la tirannia fascista. Lo prego per la conversione di un mio amico, e per la conversione di un professore che non conosco personalmente ma che apprezzo e stimo per diverse ragioni. Come lo vorrei sugli altari il vostro Rosmini: mi darà il Signore questa consolazione prima di morire?»; la consolazione Sturzo l’avrà, poiché Rosmini varrà proclamato beato il 18 novembre del 2007.

Un tratto che esprime la prossimità dei due pensatori, al di là delle rispettive elaborazioni teoriche nel campo della teoria politica, credo risieda nel rapporto con la modernità e con le sue espressioni culturali; un rapporto ispirato all’analisi critica, senza ricorrere alle scorciatoie della scomunica e della censura, ma illuminata dalla sete cristiana di comprendere tutto ciò che è umano; perché nulla di umano ci è alieno: Scrive a tal proposito Rosmini: «sono persuaso nello stesso tempo che per gli ingegni forti e che non punto vacillano nella fede riesca a vantaggio incredibile la letture delle opere di Kant, Fichte, Schelling ed Hegel; innalzano veramente lo spirito».

Come ha avuto modo di osservare Mario D’Addio, Rosmini insegnò a Sturzo che bisognava rigettare ogni possibile tentazione di negare legittimità all’avversario politico, ricorrendo all’argomento della persecuzione religiosa, alla condanna di eresia, alla censura nei confronti della società moderna. Al contrario, proprio in sintonia con il metodo rosminiano, si sarebbero dovute incrementare le ragioni del dialogo e della cooperazione tra la Chiesa e il mondo e così promuovere un profondo rinnovamento della cultura cattolica, posta di fronte alle sfide di una società in profonda trasformazione. Credo che buona parte del pensiero politico sturziano: la sua visione dinamica della società e l’affermazione della “lotta come il principio del progresso sociale”, la sua idea di popolo, declinata al plurale, di autorità politica, riducibile alla coscienza individuale che non lascia residui a favore di alcuna entità collettiva, e di democrazia, come governo delle opinioni sotto il diritto, rappresenti uno dei lasciti più preziosi di Rosmini.

Tanto per Rosmini quanto per Sturzo, la coscienza individuale, il senso di responsabilità e il limite morale, politico e istituzionale al potere sono i principi costitutivi del modello democratico-rappresentativo. Questi sono gli antidoti che valgono ancora oggi, ovvero oggi sono validi più che mai, contro la pretesa dei “pieni poteri”, della discrezionalità e dell’arbitrio. Con Sturzo e con Rosmini possiamo ricorrere a quell’imperativo metodologico, secondo il quale, alla base della società c’è sempre il concreto e nulla è più concreto della persona: la persona in carne e ossa, in spirito e volontà, libera e responsabile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...