La lezione di Tocqueville e Sturzo . Mai la democrazia può essere illiberale

Flavio Felice

“Avvenire”, 12 luglio 2019

Un liberale è portato a credere che qualsiasi tentativo di pianificare l’intera società è destinato al fallimento. Per tale ragione, per dirla con le parole di Albert Einstein, nella conoscenza del mondo empirico, nessuna «autorità umana» può atteggiarsi a «magistrato» delle idee «senza essere travolto dalle risate degli dei».

A partire da questa premessa, assume un carattere bizzarro la sicura affermazione del leader massimo russo Vladimir Putin, presente nell’intervista rilasciata lo scorso 26 giugno al ‘Financial Times’, secondo il quale «il liberalismo è obsoleto» (tema del quale, su queste colonne giovedì 4 luglio, si è già occupato Andrea Lavazza). Basterebbe questa minima considerazione per concludere che la convinta dichiarazione di Putin poggia su una presunzione che non trova alcun fondamento, se non negli auspici del presidente russo.

Tuttavia, poiché per il liberale la ‘critica’ è lo strumento privilegiato e indispensabile del ‘metodo di libertà’ che sta alla base di qualsiasi processo democratico e deve essere sempre esercitata ad rem e mai ad hominem, crediamo che alcuni argomenti presenti nell’opera di Luigi Sturzo e di Alexis de Tocqueville possano aiutarci a comprendere le nefaste conseguenze del mancato incontro tra liberalismo e democrazia, in nome delle cosiddette ‘democrazie illiberali’.

«Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire». Con queste parole Tocqueville esprime in maniera asciutta e categorica la sua idea di libertà. La libertà di Tocqueville è una condizione essenziale per poter sperimentare la gioia di pensare, di parlare, di agire e, persino, di ‘respirare’, senza alcuna coartazione. Non si discosta di molto Sturzo, per il quale «La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca, si muore. La libertà è come la vita; la vita è presente in tutti gli atti, in tutti i momenti; se non è presente è la morte. La libertà è dinamismo che si attua e si rinnova; se cessa l’attuazione e il rinnovamento, vien meno il dinamismo. […] la libertà si attua ogni giorno, si difende ogni giorno, si riconquista ogni giorno».

La libertà, dunque, come precondizione della democrazia e del vivere civile degno dell’essere umano; una precondizione che, declinata politicamente, è ben sintetizzata dal motto proudhoniano «non la figlia, bensì la madre dell’ordine». Seguendo l’insegnamento di Sturzo e di Tocqueville, bisognerebbe distinguere fra coloro che si professano amanti della libertà per profonda convinzione da coloro che dicono di amarla, ma solo a parole. Per i primi la libertà «rimedia ai mali che può produrre », dal momento che suscita la produzione di ‘nuove energie’, promuove la formazione di libere associazioni, provoca quel sano conflitto politico e sociale dai quali, scrive sempre Sturzo, «derivano i necessari assestamenti».

Per i secondi, la libertà sarebbe qualcosa di pericoloso, da simulare per ragioni di opportunità, dissimulando le vere intenzioni che risiedono nel mantenimento del potere costituito, ma da limitare e da mettere sotto tutela per prevenirne i rischi. Il ‘rischio’ che si correrebbe a riconoscere la libertà è che qualcuno possa contestare e mettere in discussione l’autorità, magari contenderne il potere, aspirare a soluzioni innovative che prevedono il ridimensionamento delle rendite di posizioni. È questa, per Sturzo, la grande paura della libertà che interessa le oligarchie di ogni tipo e l’intima ragione dello scollamento tra élite e popolo. La passione per la libertà è una consacrazione della dignità umana in tutte le sue declinazioni. Possiamo forse immaginare con un certo orrore una democrazia fortemente accentrata, priva di articolazioni territoriali, non curante dei diritti individuali e delle forme sociali, quindi, tendenzialmente illiberale: la cosiddetta ‘democratura’, così cara (anche) al leader del Cremlino e ai suoi discepoli italiani.

Di contro, non possiamo neppure immaginare un sistema liberale che non sia democratico, articolato, decentrato e rispettoso delle libertà individuali e delle forme sociali che spontaneamente si formano e operano in una società aperta. Per questa ragione, la ‘passione’ per la libertà fa il paio con il ‘rischio della libertà’, un rischio che potrebbe concretizzarsi nella volontaria rinuncia della medesima, in nome della paura, del risentimento, dell’irresponsabilità, della cultura della delega, della fascinazione per la leadership carismatica. Un ‘rischio’ che corriamo quotidianamente, proprio perché abbiamo la fortuna di vivere in società tendenzialmente aperte, per le quali i nostri nonni e i nostri padri hanno sacrificato la loro vita. Per questa ragione restano attualissime la parole del giovane giurista francese Étienne de La Boétie: «Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi».

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