Cotta e l’antropologia del conflitto: in principio c’era la pace

Flavio Felice

“Avvenire”, 10 luglio 2022

Dove il diritto tace, parla la potenza nella sua “nuda brutalità”. Così potremmo esprimere in estrema sintesi il filo rosso che lega i saggi di Sergio Cotta raccolti nel secondo volume dei suoi scritti, edito da Rubbettino; una raccolta di sedici saggi introdotti da una “Presentazione” di Lorenzo Scillitani. I temi trattati ruotano intorno al perno del mestiere del giurista, e del filosofo del diritto in modo particolare, posto di fronte ai problemi dell’epoca contemporanea.

Data la vastità del lavoro, ci limiteremo a considerare un aspetto che riteniamo cruciale nella riflessione sulla contemporaneità e utile ai fini di cogliere le chiavi ermeneutiche necessarie per potersi introdurre nella lettura di un libro, la cui rilevanza, dal punto di vista della teoria socio-politica e giuridica, riteniamo sia fondamentale.

Si tratta del confronto tra un’ipotetica “filosofia della guerra” ed un’altra ipotetica “filosofia della pace”. Cotta ritiene che l’odierno pacifismo “salti il momento teoretico” per orientarsi direttamente nella direzione della “pratica della pace”, intendendo per “pratica” le nobili battaglie contro gli armamenti e le spese militari. In alternativa, una variante del pacifismo “pratico” sarebbe la “Peace research”, che si concretizza nella ricerca di soluzioni istituzionali che possano prevenire o far cessare un conflitto armato. Benché Cotta non neghi l’importanza di tali approcci, rileva un’insufficiente indagine teoretica che possa mettere in luce il “fondamento antropologico della pace”, consentendo di dimostrare teoricamente il primato assiologico della pace sulla guerra.

Nel confronto tra filosofia della guerra e filosofia della pace, Cotta registra due filoni che dominerebbero la prima e li individua nella linea di pensiero Machiavelli-Hobbes-Spinoza, secondo la quale la guerra avrebbe un fondamento antropologico, e nella linea romantico-idealista che va da Humboldt e giunge a Giovanni Gentile, passando per Hegel, che invece teorizza il valore della guerra: «La guerra è dunque valore, poiché in essa e per essa s’impone l’universale Spirito del Mondo. La pace è […] lo stagno delle acque putrefatte dell’inerte passività e quindi della non-storia».

Tanto le ragioni di ordine antropologico: “homo homini lupus”, quanto quelle di valore non sembrano convincere Cotta e alla “grande filosofia moderna della guerra” contrappone una “grande filosofia della pace”, per la quale il primum naturale e morale è costituito dall’“armonia” e dalla “concordia”. A tal proposito, Cotta ricorre a tre “posizioni esemplari”: sant’Agostino, Erasmo e Leibniz. Per Agostino la pace non è mera assenza di guerra, bensì la disposizione all’armonia e alla concordia, la condizione nella quale possono esprimersi le manifestazioni materiali e spirituali; senza la pace “nihil esset omnino”. Per Erasmo la cifra della destinazione alla pace e il suo essere un primum naturale sarebbero rivelati dalla dialogicità degli esseri umani. Infine, per Leibniz l’armonia delle diversità è la condizione stessa dell’essere e la via più feconda per comprendere un mondo poliarchico e una società plurarchica, in quanto fortemente differenziata.

Questi contributi ci invitano a riconsiderare il postulato così dominante nella filosofia moderna secondo la quale la guerra sarebbe la “natural condition of mankind” e non una soluzione storica, teoricamente tutt’altro che incontrovertibile. La tesi alla quale giunge Cotta è che la pace possa essere considerata la “condizione dell’esserci dell’io” e che sia ontologicamente originaria dal momento che senza di essa “non vi sarebbe nessuna forma di vita, non vi sarebbe nulla”.

Spogliata del suo carattere naturale e di quello idealistico-valoriale, la guerra viene ricondotta a ciò che concretamente è: la negazione dell’essere e, per il cristiano, la vanificazione della creazione. Non è un caso che nella celebre allegoria del Buongoverno di Siena, la personificazione della pace occupi il centro della scena e che nel giuramento pronunciato dai reggenti della città in occasione del loro insediamento venisse enunciato in maniera diretta il compito che avrebbero assunto, impegnandosi a conservare la città di Siena «in bona pace et concordia». Si tratta di una formulazione che riecheggia il filo rosso dal quale siamo partiti: la libertà dal dominio e dalla sua “nuda brutalità”.

Sergio Cotta, Scritti storico-politici, a cura di M.S. Birtolo, D. Galimberti, A. Landolfi, A. Zarlenga, Rubbettino, Soveria Mannelli 2022, pp. 248, € 19,00

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