Il limite come fonte di moralità

Flavio Felice

“L’osservatore romano”, 26 novembre 2021

A 150 anni dalla nascita di don Luigi Sturzo (26 novembre 1871), credo sia importante ribadire uno dei punti fondamentali del popolarismo, la teoria politica alla quale dedicò l’intera sua vita e che oggi ci appare come l’antidoto più efficace a qualsiasi forma di “populismo”, hard o soft che sia. Ci riferiamo alla nozione di “limite” come fonte della moralità del potere.

Sturzo individua tre specifiche forme di limite al potere: organica, morale e politica. Con particolare riferimento al limite organico, espresso dalla pluralità e dalla vitalità della società civile, ben più ampia e ricca della forma sociale che perimetra l’ambito del politico, egli ritiene che esso abbia come fine il raggiungimento di tre risultati. In primo luogo, quello di «non legare il potere alle ricchezze». In secondo luogo, esso consente di dare «maggiore uniformità ed efficacia alla legge», contro l’arbitrio di chi detiene il potere. In terzo luogo, ottenere l’obiettivo di mantenere alto il prestigio della politica, dal momento che presso il popolo si sviluppa un sentimento di «valore generale» che contempera un ethos, capace anche di trascendere i legittimi interessi particolari: è questo il «principio trascendente unificatore» che fonda la nozione di autorità del pensatore siciliano.

È emblematico come Sturzo tratti la questione del limite organico, affermando che quanto più esso si riduce, tanto più diminuiscono le possibilità di raggiungere i suddetti obiettivi e si viene risucchiati, presto o tardi, dalla inevitabile pretesa assolutistica del potere che può oscillare da forme di blanda dittatura alle più atroci tirannie: «Quando il potere si afferma come solutus a lege hominum si arriva facilmente a credersi solutus a lege Dei, cioè superiore alla morale». Il limite organico è presentato da Sturzo come un limite all’esercizio assoluto della sovranità, un limite che è, nel contempo, giuridico, istituzionale e sociologico, capace di pensare un’architettura istituzionale che vada oltre la classica distinzione dei poteri di tipo montesqueiano e che tematizza la legittimità dell’ordine politico, passando per il suo continuo controllo, consapevole che, in materia politica, si ha a che fare con il governo degli uomini, per altri uomini; di qui la definizione sturziana di «potere organico»: «Ad uno stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private».

Il ragionamento di Sturzo in materia di limite al potere non è confinato all’ordine politico; qualsiasi potere, che sia politico, economico o di altra natura, sconta l’inevitabile tendenza già denunciata da una folta schiera di autori e ben sintetizzata dalla massima di Lord Acton «il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». Ogni potere che non sia limitato da altri poteri è destinato a diventare immorale, al punto che per Sturzo i limiti organici al potere operano come «preliminari alla moralizzazione del potere» in tutte le sue forme: «democratico o aristocratico, repubblicano o monarchico, liberale o paterno». Saranno proprio i limiti organici che contribuiranno allo sviluppo del senso del diritto e del dovere in coloro che esercitano il potere, vuoi perché lo detengono legittimamente pro tempore, vuoi perché lo contendono altrettanto legittimamente a costoro. È anche grazie ai limiti organici che si forma l’attitudine alla funzione pubblica, intesa come controllo dell’azione politica e assunzione di responsabilità, relativizzando, nei limiti del possibile, la pretesa autorità al di sopra della legge che tende ad interessare coloro che sono stati investiti anche della più modesta delle funzioni pubbliche.

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