McCloskey: «Così il vero liberalismo può essere una risorsa per tutti»

Flavio Felice

“Avvenire”, 19 dicembre 2019

Il liberalismo è ancora una risorsa per i poveri del mondo, un ideale verso cui tendere e una teoria sociale capace di limitare il potere del “Principe”? A queste e ad altre domande l’economista americana Deirdre N. McCloskey risponde affermativamente nel libro di recente pubblicato dalla Yale University Press: Perché il liberalismo funziona. Come i valori del vero liberalismo producono un mondo più libero, più equo e prospero per tutti.

Sulla scia tracciata da Friedrich A. v. Hayek, L’Autrice traccia un’acuta distinzione tra un “liberalismo falso”, che avrebbe perso il suo carattere inclusivo, e un “liberalismo vero”. Il liberalismo vero conserverebbe il suo tratto di promotore d’inclusione sociale e riconosce in Adam Smith il proprio padre; Smith che nel 1776 scrisse il grande racconto del liberalismo. In quel racconto, l’Autrice individua nell’uguaglianza delle opportunità, nella libertà economica e nella giustizia il cuore del liberalismo, riconoscendo un intervento dello stato conforme al mercato, per impedire che il potere – tanto politico quanto economico – s’impadronisca del mercato stesso.

La prospettiva dell’Autrice intende sfidare il capo d’accusa che populisti e sovranisti quotidianamente rivolgono al liberalismo: essere la causa delle disuguaglianze e della perdita d’identità. È il capo d’accusa più infamante per una teoria che, emersa compiutamente nella storia verso la fine del XVIII secolo, sulle ceneri dell’Antico Regime, prometteva uguaglianza, libertà, fraternità e autonomia della persona dal potere. Di fronte ad un simile attacco, afferma la McCloskey, è giunto il momento di reagire e di dire le cose come stanno.

Il libro è suddiviso in quattro parti, ciascuna delle quali raccoglie saggi già pubblicati e riproposti dall’Autrice. Nella prima parte, la McCloskey avvia una ricostruzione storica del liberalismo e di come si sia passati dal “vero liberalismo” ad un “falso liberalismo” che pone l’accento sull’azione accentratrice del governo. Nella seconda parte, l’Autrice intende dimostrare come l’umanesimo liberale sia stato in grado, e lo sia ancora, di migliore le condizioni di vita degli esclusi, di coloro che non rientrano nei piani dei potenti. La terza parte è una critica alle teorie redistributive e, in particolare, all’analisi di Thomas Piketty. Infine, analizzando una serie di luoghi comuni, l’Autrice afferma che il termine “capitalismo” non sarebbe altro che un “errore scientifico compresso in una singola parola”. Un termine coniato dai nemici del liberalismo e fatto proprio anche dai liberali, i quali avrebbero ceduto alla vulgata socialista, non riconoscendo il ruolo dei fattori extra economici nel processo di sviluppo, come ad esempio la forza delle idee che si proietta sulle istituzioni, definendone la forza.

Il libro della McCloskey ci aiuta a comprendere il valore della cultura nella formazione delle istituzioni che sostengono tanto il mercato quanto la democrazia. Entrambi non possono funzionare se incontrollati e, soprattutto, se non limitati da meccanismi posti a difesa del valore della persona. Grazie a questa cultura del limite e della contingenza, sia il sistema economico sia il sistema politico non operano in una sfera priva di freni, dal momento che, come ci ha insegnato Lord Acton, «il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto».

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