Nazionalismo polacco, un caso globale

Flavio Felice

“Avvenire”, 16 maggio 2019

Tra le categorie politiche che hanno maggiormente caratterizzato la vicenda storica del continente europeo, annoveriamo quella di nazione; una categoria storica, filosofica e sociologica e, dunque, relativa e non assoluta. Una categoria che nei secoli ha finito invece per assumere i contorni di una “nuova divinità”, la risultante di un processo di “deificazione della nazione-stato”, per dirla con le parole di Luigi Sturzo, che è andata in parallelo con la tendenza alla sacralizzazione della politica. Una tendenza che non ha risparmiato neppure le democrazie, le quali, fatta propria la nozione di sovranità – l’immondo “demone”, denunciato da Luigi Einaudi nel 1946 in un memorabile discorso all’Assemblea Costituente –, hanno via via sostituito la divinità popolo con quella di nazione.

A proposito di nazionalismo, il pensiero politico dei Paesi dell’Europa centro-orientale costituisce, a quindici anni dal loro ingresso nell’Unione Europea, un filone di ricerca ancora poco frequentato dagli studiosi in Italia. Il volume di Daniele Stasi: Le origini del nazionalismo i Polonia, contribuisce a colmare una lacuna negli studi di storia del pensiero politico nel nostro Paese; il nazionalismo polacco e i suoi rapporti con la corrente socialista e quella conservatrice costituiscono l’oggetto delle ricerche e delle riflessioni dell’autore. La genesi del nazionalismo può essere fatta risalire in Polonia intorno agli anni Sessanta dell’Ottocento, quando la speranza di un ripristino della sovranità nazionale sembrava perduta dopo la fallita insurrezione nella regione sotto il controllo della Russia. L’autore illustra sia le tappe dello sviluppo del movimento nazionalista sia il profilo ideologico dei suoi tre maggiori rappresentanti, Jan Ludwik Popławski, Zygmunt Balicki, Roman Dmowski, la cui attività pubblicistica e politica sono contrassegnate dalla definizione di un nemico interno della nazione identificato, in modo particolare da Dmowski, nell’ebreo.

Il programma nazionalista prevedeva l’elevazione culturale e il coinvolgimento delle masse, soprattutto di quelle rurali, nel processo di modernizzazione della società che avrebbe dovuto far diventare i polacchi una nazione a livello di quelle occidentali e in grado di difendere la propria autonomia culturale, prima dell’agognato ripristino della sovranità politica. Nell’ottica nazionalista, la religione cattolica era ritenuta semplicemente un elemento della cultura nazionale e in una posizione subordinata alla guida politica del partito di Democrazia Nazionale, fondato nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Il nazionalismo, osserva l’Autore, quale dottrina politica che presuppone l’esistenza di nemici interni oppure esterni, è in contrasto con l’universalismo della religione cristiana, con il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni uomo, con l’ideale di convivenza pacifica, fondato sul riconoscimento dell’altro, delle sue ragioni e della sua dignità.

L’autore interrompe la sua analisi agli inizi del secolo XX, in particolare , in concomitanza con la pubblicazione di quello che definisce “il manifesto del nazionalismo polacco”, la raccolta di articoli di Dmowski, pubblicati nel volume dal titolo “Pensieri di un polacco moderno”. La lettura del libro di Stasi nondimeno si rivela utile per comprendere le premesse di carattere storico e ideologico della svolta illiberale e della ripresa dei nazionalismi in un’area vasta e importante dell’Europa contemporanea.

In tale prospettiva, il superamento del nazionalismo, che si nutre dell’immondo “demone” della sovranità, viaggia di pari passo con l’abbandono del concetto di stato-nazione e con la consapevolezza che la nazione non coincide con lo stato ed esperienze statuali di tipo federalista, come gli Stati Uniti d’America, stanno a dimostrarlo; piuttosto, lo stato può essere considerato come un aspetto specifico della vita della nazione, senza neppure esaurirne l’ambito: l’aspetto politico. In definitiva, la nazione si esprime “politicamente” nello stato, sebbene essa si attui in tutte le forme sociali, nonché in tutte le attività che le persone, singolarmente e associativamente, svolgono in maniera libera, sia all’interno del proprio paese sia all’esterno, senza che esse possano essere risolte nello stato. Per questa ragione, come osserva Sturzo. «Se l’idea di nazione ci porta a riguardarla come un tutto in sé completo, l’idea di internazione [Sic!] ci deve spingere a superare le angustie e le odiosità dei nazionalismi verso concezioni più larghe di convivenza umana».

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