Dario Antiseri e l’Europa di Francesco

Flavio Felice

“Avvenire”, 9 maggio 2019

«Oggi abbiamo davanti agli occhi l’immagine di un’Europa ferita, per le tante prove del passato, ma anche per le crisi del presente, che non sembra più capace di fronteggiare con la vitalità ed energia di un tempo». Con queste parole di Papa Francesco, il filosofo Dario Antiseri introduce il suo nuovo saggio intitolato: L’Europa di Papa Francesco, per i tipi della Libreria Editrice Vaticana.

Il libro si articola in tre parti; la prima è dedicata alla necessità che l’Europa riscopra il suo volto più autentico, attingendo alla sua storia. La seconda parte è una riflessione sistematica sulla prima enciclica di Papa Francesco: Lumen fidei. Il terzo capitolo è una densa riflessione sul contributo della scuola economica francescana allo sviluppo della società moderna.

Per ragioni di sintesi, focalizzeremo la nostra attenzione su un aspetto che riteniamo strategico per comprendere l’identità culturale del continente europeo e tentare di scorgere anche il possibile destino che lo attende: la pace nel rispetto dignità della persona come cifra della cultura politica e possibile fonte di nuove categorie.

Papa Francesco evidenzia come l’Europa dia l’impressione di essere stanca ed invecchiata, di esprimere una realtà civile ormai sterile e decaduta, lontana dal suo passato che tanto ha dato in termini di generatività culturale, economica e politica: «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?». Nella domanda di Francesco riecheggiano le parole di Giovanni Paolo II pronunciate a Santiago di Compostela il 9 novembre 1982: «Ti rivolgo, o vecchia Europa, un grido pieno d’amore: Torna a te medesima, sii te stessa!». Un “solenne atto europeistico”, così definito da Benedetto XVI durante l’Angelus del 24 luglio 2005, che trova nella domanda di Papa Francesco l’aggiornamento di un magistero pontificio già fortemente orientato nella direzione di una sempre maggiore integrazione europea. L’invito di Giovanni Paolo II, l’esortazione di Benedetto e la domanda di Francesco ci ricordano che la vicenda europea rinvia ad una storia di vette e di abissi, di grandi speranze per l’umanità, ma anche di drammatici tradimenti. Per questa ragione, nella riflessione di Antiseri, accanto alla “trasfusione della memoria”, per evidenziare il ruolo dei padri fondatori, all’indomani del Secondo conflitto mondiale, non mancano le note critiche rispetto a filosofie che hanno sottomesso a tal punto la persona agli interessi dello “Stato”, della “Nazione”, del “Partito”, dell’“Idea”, da renderla uno strumento nelle mani dei detentori del potere.

Un tradimento della cultura umanistica europea, della sua “ragione socratica” e della sua “volontà cristiana”, per dirla con le parole di Salvador de Maradiaga, riemersa come un fiume carsico dopo l’abominio dei totalitarismi che hanno insanguinato il XX secolo. Il tradimento dell’umano, compiuto dall’ideologia totalitaria, è stato vendicato dai padri fondatori dell’Europa, i quali, se hanno potuto rialzare la testa, lo devono anche ai tanti martiri della libertà, come ad esempio Padre Massimiliano Kolbe. Proprio lì, ci ricorda Giovanni Paolo II, in un campo di concentramento, nel luogo costruito per annientare alla radice quanto di umano c’è nell’uomo, Kolbe vendica l’intera umanità e la mostra in tutta la sua grandezza. È questa la matrice ideale che ha guidato la cultura politica di alcuni tra i principali padri fondatori dell’esperimenti europeo, consapevoli che la pace autentica, quella che si radica nell’animo delle persone, rendendo impossibile il ricorso alla guerra, per la semplice ragione che la guerra non risolve alcun problema, semmai lo acuisce, passa per il ripensamento della nozione di sovranità e per il superamento dello Stato-nazione. È in questo contesto ideale che Adenauer, Schuman e De Gasperi, ma vorrei ricordare anche Luigi Einaudi e Luigi Sturzo, concepirono un nuovo modello statuale, non più centrato sull’idea statica di nazione, bensì orientato all’apertura di un processo: un modello di “cooperazione strutturata” che ha consentito la progressiva destrutturazione della nozione di sovranità, la sua disarticolazione e il conseguente graduale trasferimento di poteri dal livello nazionale verso un processo di integrazione.

Al di là delle stucchevoli contrapposizioni circa le radici culturali del continente europeo, Antiseri ci mostra come un confronto franco ed informato, scevro dal pregiudizio ideologico antireligioso, non possa non riconoscere il grande contributo del cristianesimo alla cultura europea, per dirla con Benedetto Croce: «Il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto [e] la ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità».

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