L’economia sociale di mercato e i suoi nemici

La discussione pubblica persevera nella deplorevole abitudine a usurare i vocaboli, a svuotare di significato concetti portanti che, in origine ben definiti, finiscono per non indicare più nulla perché annegati nel calderone della retorica inconcludente. Dopo “bene comune”, “riforme”, “responsabilità” e tante altre, la prossima vittima potrebbe essere “economia sociale di mercato”.

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Negli ultimi tempi, i riferimenti a questo concetto, nato in Germania diversi decenni fa, sono stati frequenti; e, in Italia, si sono intensificati specialmente durante il governo guidato da Mario Monti che, infatti, nel libro scritto a quattro mani con Sylvie Goulard, la presenta come una «promessa di prosperità» (M. Monti, S. Goulard, La democrazia in Europa. Guardare lontano, Rizzoli 2012, p. 93). Ma ovviamente Monti non è l’unico a richiamare questa tradizione di pensiero e di organizzazione dell’assetto economico-istituzionale.

Ad essere sinceri, però, sono ben pochi gli atti legislativi che si richiamano esplicitamente alla filosofia dell’economia sociale di mercato. Nonostante la prospettiva di “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” sia ben delineata nell’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea che così definisce l’impegno, almeno teorico, affinché tutti i governi europei la adottino come prospettiva di fondo nella formulazione delle politiche pubbliche. E, paradossalmente, proprio per una così chiara impostazione europea (condivisa a fondo nel nostro Paese?) il rischio di far scivolare questa idea-concetto fra le parole retoriche è ancora maggiore.

Per evitare tale sorte, Francesco Forte, Flavio Felice e Clemente Forte hanno dato alle stampe una corposa antologia che chiarisce i confini, le radici e le finalità dell’economia sociale di mercato. Infatti, parafrasando il titolo del famoso testo di Karl Popper, L’Economia sociale di mercato e i suoi nemici (a cura di F. Forte, F. Felice, C. Forte, Rubbettino 2012, pp. 468) raccoglie ben tredici interventi, distinti in due sezioni, entrambe accompagnate da accurate introduzioni e da un’unica postfazione finale.

I saggi rappresentano i pilastri cardine della ricerca teorica sul tema, finalmente fruibili in versione italiana. In particolare, gli interventi di Alfred Müller-Armack (1901-1978), considerato il padre teorico dell’Economia sociale di mercato (formula messa in pratica, se così si può dire, in particolare da Ludwig Erhard, Ministro dell’Economia della Repubblica federale tedesca dal 1949 al 1963 e cancelliere dal 1963 al 1969, negli anni del cosiddetto «miracolo tedesco»), descrivono bene cosa intendere per economia sociale di mercato, le implicazioni che comporta per l’ordinamento istituzionale, le sue priorità per favorire uno sviluppo armonioso. Ma, soprattutto, indicano i “nemici” dai quali stare alla larga perché pronti a minare questo particolare “stile economico” che sicuramente dovrà adattarsi ai mutamenti delle condizioni sociali, ma che non deve abbandonare il suo principio fondamentale, “la coesistenza del principio di concorrenza con le necessarie compensazioni sociali”.

Attingere da questa antologiaeurope 2 è utile sia per chi vuole cimentarsi con una riflessione teorica, sia per chi sente il desiderio di impegnarsi nella produzione di politiche indirizzate a risolvere la contingenza (e, casomai, a disegnare strategie future). Come ricorda Reiner Klump nell’aprire il suo saggio contenuto nell’antologia, l’economia sociale di mercato indica oggi molte cose: un concetto di politica economica, un’idea di ordinamento, uno stile di pensiero, un modello di politica economica e sociale, persino uno slogan politico. E di fronte alla molteplicità di significati, Klump sottolinea che «occorre tentare una determinazione più precisa dell’economia sociale di mercato a partire dai suoi fondamenti spirituali e dalle sue radici storiche». È proprio ciò che si prefigge L’Economia sociale di mercato e i suoi nemici, un obiettivo necessario per evitare che un “programma” così indispensabile per il nostro quotidiano venga ricordato solo come un capitolo di un dibattito infruttuoso.

(Una versione lievemente diversa di questa recensione è apparsa sul sito http://www.istitutodipolitica.it)

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