Rifondare l’Europa sull’inclusione

di Flavio Felice e Maurizio Serio

Col suo discorso del 6 maggio scorso, in occasione del conferimento del premio Carlo Magno, Francesco ha inteso scongiurare il rischio eutanasico di un’Europa tentata da una volontà di “dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione”. L’obiettivo è l’apertura della ragione pubblica europea, troppo spesso involuta e chiusa in se stessa, come dimostrano i dibattiti cui assistiamo sui mass media e gli stessi dati elettorali che certificano quasi ovunque un avanzamento dei partiti a sfondo populista quando non xenofobo.

A questo proposito, Francesco sembra suggerire di intendere quello migratorio, ancor prima che come un problema, come un processo concreto, che fattori secolari hanno plasmato e stanno ancora plasmando. Siamo davanti ad una “struttura di opportunità” epocale, davanti alla quale le istituzioni europee devono abbandonare la chimera della coesione sociale da rincorrere ad ogni costo. In che modo?

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Anzitutto, una governance consapevole dei fallimenti del passato comporta il radicale rifiuto di qualsiasi tentazione assistenzialista. Troppo spesso nel passato l’europeismo è stato l’ostentazione di un mero ottimismo della volontà da parte delle opinioni pubbliche nazionali, con conseguente euforia acritica. Allo stesso tempo, come indirizzo di governo nazionale, esso si è risolto nella mera statuizione di aiuti e nella speculare domanda di solidarietà. Ciò è avvenuto agitando la coesione sociale come un vessillo ideologico, e riducendola alla solidarietà, dimenticando la modalità con la quale, in una società libera, la stessa solidarietà andrebbe attivata: la sussidiarietà. E invece proprio la categoria della sussidiarietà può dare sostanza a un nuovo europeismo.

La sussidiarietà abbisogna di un principio operativo concreto, ravvisabile sotto le forme della responsabilità.

Le crepe della costruzione europea possono essere lenite solo da una consapevole adesione a un tessuto di regole, che avvincano istituzioni e cittadinanza in un meccanismo di controlli reciproci in grado di coinvolgere affianco agli alti poteri della politica anche gli attori più prossimi alla società civile. In una parola, occorre immaginare una cittadinanza e una costituzione economica. È questo il senso più profondo della dottrina economica e politica ordoliberale che sta alla base degli straordinari traguardi raggiunti dall’economia sociale di mercato della Germania federale, passando per la riunificazione con l’Est, fino ai giorni nostri.

Suscita interesse il fatto che Papa Francesco abbia indicato nell’economia sociale di mercato un esperimento che ci consente di pensare concretamente a modelli economici più inclusivi ed equi: “non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

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La prospettiva dell’economia sociale di mercato, che in Italia ha avuto con il liberalismo delle regole di Luigi Einaudi e con il popolarismo di Luigi Sturzo punti di intersezione, si struttura nei seguenti tre punti: 1) impedire al potere politico di essere una sorgente arbitraria di disordine; 2) sopprimere ogni struttura monopolitistica; 3) fare prevalere in ogni caso libertà e concorrenza. L’economia sociale di mercato scommette sulla capacità dei processi di mercato, al centro dei quali troviamo l’impresa libera e responsabile, di perseguire finalità di interesse sociale, non contrapponendo i concetti di “sociale” e di “mercato” e infine non identifica “sociale” con “statale”. Il “sociale” riguarda in primo luogo l’ambito della società civile, articolata secondo il principio di sussidiarietà. La politica sociale non è quindi né un’attività di correzione né una semplice appendice dell’economia di mercato. Al contrario, la politica sociale è una parte costitutiva del concetto di economia di mercato, intesa come economia civile, al centro della quale opera l’impresa: piccola, media, grande, cooperativa e non profit che dir si voglia. Non si tratta di puntuali interventi nel mercato “su base sociale”, quanto dell’accesso senza privilegi al mercato – proprio allora si può attendere dalla “libera iniziativa” anche l’inclusione sociale.

(Questo articolo è apparso sul sito de Il Foglio martedì 10 maggio 2016)

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