Il federalismo USA e il Leviatano incatenato

Flavio Felice

“Avvenire”, 23 dicembre 2021

Il recente libro di Luigi Marco Bassani: “Chaining Down Leviathan. The American Dream of Self-Government 1776-1865” (Abbeville Institute Press, 2021), analizza lo sforzo intellettuale dei padri del federalismo statunitense, interpretato come il “bastione di resistenza” all’avanzata dello Stato, espressione del potere politico di matrice moderna e continentale.

Il federalismo rispecchiava la natura contrattuale e consensuale delle istituzioni politiche premoderne. È questo il cuore del movimento municipalista, almeno nella fase pre-umanistica, prima del lento declino che condusse i liberi comuni a sottomettersi a podestà e a signorie, quando mercanti e cittadini erano i protagonisti del “commune” e l’autogoverno era la forma con la quale venivano disciplinate le questioni di interesse comune: la personificazione stessa del bene comune.

L’epoca d’oro dell’esperienza municipalista si caratterizza per una espressione dell’autorità potestativa sganciata dai caratteri classici della statualità: un territorio, un popolo, un’autorità sovrana, massima espressione del monismo. Con particolare acume, Bassani fa notare come, nella prospettiva comunale, un qualsiasi potere istituzionalizzato avrebbe trovato sempre un contropotere, la cui pretesa avrebbe finito per insistere sulla stessa platea di cittadini, con il risultato che quella pretesa, al massimo, sarebbe apparsa come una “rivendicazione”, alla quale si sarebbe potuto opporre un’altra rivendicazione, in un contesto di “rivendicazioni concorrenti”.

Il libro di Bassani è un’attenta analisi del pensiero politico americano come si è sviluppato tra la Rivoluzione e la Guerra Civile e si inserisce nel campo della storia delle dottrine politiche, offrendo un’interpretazione originale del fenomeno federalista statunitense, negando che il lasso di tempo che va dalla Dichiarazione d’Indipendenza allo scoppio della Guerra Civile abbia visto le ex colonie britanniche, come “un’appendice istituzionale dell’Europa”, situazione che, secondo l’Autore, si verificò dopo la pacificazione; in definitiva, il carattere distintivo della cultura politica americana era “l’assenza del senso dello Stato”.

Da questo punto di vista, le origini degli USA appaiono un unicum, un sistema di autorità potestative la cui forma rinvia decisamente alle esperienze premoderne del repubblicanesimo pre-umanista. Un’eccezionalità che durerà poco e, nell’arco di pochi decenni, quell’unicum si trasformerà in uno Stato.

L’eccezionalità istituzionale della storia statunitense è tale per cui, Bassani può affermare che, per un padre fondatore come Thomas Jefferson, la forma “Stato” non esprimesse la soluzione al problema dell’ordine politico e che il modello westfaliano non fosse l’unico praticabile. L’unicità del modello americano è rintracciabile nel rifiuto della centralizzazione del potere, la cui linea teorica, piuttosto che seguire quella classica continentale che da Machiavelli giunge ad Hobbes, passando per Bodin, incontra il sentiero tracciato da Johannes Althusius, il padre della teoria federale e del fondativo principio di sussidiarietà, che giunge fino alla teoria della “maggioranza concorrente” e di “patto federale” di John C. Calhoun, negando di fatto la nozione continentale di sovranità, intesa come il principio che indica il potere di ultima istanza del principe, sostenendo la dimensione federale della sovranità, dal momento che si nutre del “foedus”, ossia del patto fra associazioni, in base al principio enunciato da Bartolo da Sassoferrato: “Universitas superiorem non recognoscens est sibi princeps”.

La storia della libertà non riguarda l’ascesa dello Stato, in quanto monopolista del potere e centro propulsore da cui tutto emana e che tutto legittima. La storia della libertà ha molto più a che fare con la resistenza al potere, dapprima spontanea e, man mano che si istituzionalizza, fonte di ulteriori forme di dissidenza al potere costituito. In definitiva, scrive Bassani, «La lenta marcia della libertà si trova nei tentativi di limitare e contenere lo Stato, nelle piccole sacche superstiti di immunità, garanzie e retaggi medievali in Europa, e non nel loro sradicamento. La libertà procede come un “fiume carsico” sotterraneo e spesso in contrasto con i grandi cambiamenti istituzionali dell’era moderna e contemporanea»

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