Cristiani per la democrazia: il contributo dell'”ecologia integrale”

Flavio Felice

“Benecomune.net”

Riflettendo sulla nozione di «ecologia umana integrale», abbiamo ritenuto utile prendere spunto dalla lettera Enciclica di Papa Francesco Laudato si’ per riflettere sull’ambiente politico come un aspetto essenziale della casa comune. Una casa nella quale, nel quotidiano, trovano il loro compimento le categorie del potere, inteso come disponibilità della forza, e della società civile, spesso ridotta a terra di conquista per l’accumulo del potere stesso. Al contrario, seguendo l’argomentazione magisteriale, almeno il più recente, che da Giovanni Paolo II giunge fino a Francesco, abbiamo posto l’accento su alcuni elementi teorici che ci consentono un’interpretazione umanamente integrale della nozione di ecologia.

Un fondamentale asse portante della dimensione integrale dell’“«ecologia umana» rinvia alla «grave responsabilità della politica internazionale e locale». È un punto decisamente delicato, in quanto ci interroga sul ruolo della politica in ambito economico e sul difficile equilibrio tra uomo-risorse-economia. Nella Caritas in veritate, Benedetto ribadisce che «Il bene comune è la finalità che dà senso al progresso e allo sviluppo». In definitiva, la Dottrina sociale della Chiesa individua nel bene comune una cifra che possa qualificare una tipologia di sviluppo che non si limiti ad accrescere la produzione di beni materiali. È a questo livello che introduciamo un tema ben presente in Caritas in veritate e che forse avrebbe meritato di essere maggiormente approfondito da parte dei tanti commentatori. Si tratta della cosiddetta «via istituzionale» ovvero «politica» della «carità». Benedetto XVI spiega il senso di tale espressione in un discorso del 22 maggio 2010, quando afferma che «La politica deve avere il primato sulla finanza e l’etica deve orientare ogni attività». Si badi bene che il Santo Padre distingue il «primato» delle istituzioni politiche dal ruolo di «orientamento» dell’etica, non confondendo i piani. Dunque, alla politica – con le sue istituzioni – non si chiede l’orientamento (target-oriented) delle attività economiche, ma di assicurare con metodo democratico il funzionamento delle istituzioni (rule oriented) affinché tutelino e promuovano le condizioni in forza delle quali gli operatori potranno assumere liberalmente le decisioni che migliorano le loro esistenze – se ad esempio ammettiamo che in economica di mercato la concorrenza contribuisce ad elevare il rapporto qualità-prezzo dei beni e dei servizi disponibili, allora, compito della politica sarà di stabilire le regole affinché tale principio sia tutelato e promosso contro i tentativi di limitarlo e di piegarlo agli inevitabili interessi particolari, pubblici o privati che siano. Allora, il primato della politica è confinato al campo gli è proprio: l’ordine e la pace, e si traduce nella capacità di dar vita ad istituzioni che sappiano rispondere ai problemi dell’umana contingenza, nel rispetto dei principi di poliarchia e di sussidiarietà verticale ed orizzontale.

Un ulteriore «asse portante» sottolineato da Papa Francesco è «la cultura dello scarto» e la proposta di «un nuovo stile di vita». Credo sia questo un elemento chiave per comprendere il Magistero sociale di Papa Francesco. Se assumiamo la centralità della persona umana, in forza della sua trascendente dignità, nessuna persona potrà mai essere ridotta a scarto o trattata in maniera meno dignitosa di una qualsiasi altra persona. Un aspetto interessante al quale ci rinvia questo punto consiste nella relazione che il Papa ci consente di tracciare tra la pessima abitudine a stancarci facilmente delle cose materiali e il valore che assegniamo alle persone, sempre più in funzione alla loro capacità produttiva. È come se la teoria dell’utilità marginale decrescente, che interessa il valore economico, diventasse il criterio per giudicare moralmente anche le persone che li producono e che ci stanno accanto. Qui il Papa ci invita a non dare nulla per scontato; anche l’ultima unità di pane, sebbene siamo sazi, è costata fatica, impiego di risorse materiali e immateriali e, per di più, a fronte della nostra sazietà esiste ancora una grande domanda di pane; e non necessariamente agli antipodi. Ad ogni modo, il problema non è unicamente materiale, sebbene, nella selva dei problemi sociali, il primo dei problemi da risolvere sia sempre e comunque portare il cibo e le medicine lì dove mancano. Non dare nulla per scontato significa anche non dare per scontata la democrazia, la libertà, il diritto alla vita, il diritto alla proprietà, il diritto al perseguimento della felicità. Tutto ciò, per quanto imperfetto, è costato e costa ancora fatica e sacrificio in termini di vite umane. Lottare contro la «cultura dello scarto», in tale prospettiva, significa in primo luogo battersi contro ogni forma d’indifferenza, più volte condannata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, in nome della quale svaniscono le differenze e tutto appare assorbito dal buio della notte nella quale le «vacche sono tutte nere». È questo il caso in cui il potere e il denaro finiscono per relativizzare la dignità dell’uomo, ponendosi come fini ultimi e per i quali sarebbe lecito sacrificare tutto e tutti. La prospettiva antropologica cristiana, al contrario, pone al centro la persona (da un punto di vista ontologico, epistemologico e morale), in quanto imago Dei e non tollera che niente e nessuno sia innalzato a fine ultimo ed assoluto.

Per tali ragioni, crediamo sia necessario che ogni generazione combatta la propria battaglia, scegliendo liberalmente i principi sui quali le società libere sono fondate, dal momento che i sistemi democratici e di libero mercato vanno in sofferenza ogni qual volta quei principi morali entrano in crisi; di qui l’importanza della cosiddetta “ecologia morale”, fonte e nutrimento dell’ecologia umana integrale, sulla quale è fondato il richiamo di Papa Francesco tanto nell’enciclica Laudato si’, quanto nella Fratelli tutti.

Un simile impegno a favore dell’ecologia umana integrale tocca il destino stesso dei sistemi democratici, una domanda che incontra quella linea del pensiero politico che non ama farsi cullare dalla retorica razionalista e costruttivista, di coloro che incautamente e forse mossi persino dalle migliori intenzioni, si fanno paladini delle cause più nobili, certi di avere generato e custodita nella propria mente la soluzione ai drammi dell’umanità. Anzi, ai loro occhi, la cifra stessa della superiorità della loro ricetta sarebbe nel fatto che sia stata generata e ora custodita nella loro testa, mentre è proprio tale condizione che rivela la loro «presunzione fatale» e l’inutilità di quella soluzione. Dunque, dovremmo domandarci, se un tempo in tanti si chiedevano come potessero le religioni sopravvivere all’epoca della democrazia, oggi la questione rilevante sembra essere la seguente: come potranno sopravvivere le democrazie in assenza di una sana e forte base morale, garantita dalle istituzioni che sgorgano dalla tradizione giudaica e cristiana?

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