FRANCESCANI ED ECONOMIA. UN CANTIERE DI SPERANZA

“Mai si deve mettere cosa in dare che quella ancora non si ponga in avere”

Fr. Enzo Fortunato

Papa Francesco nell’enciclica Laudato sì ha dichiarato Questi sintomi di disuguaglianza rivelano una malattia sociale; è un virus che viene da un’economia malata. Dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si è ammalata. È il frutto di una crescita economica iniqua – questa è la malattia: il frutto di una crescita economica iniqua – che prescinde dai valori umani fondamentali. Nel mondo di oggi, pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità. Ripeto questo perché ci farà pensare: pochi ricchissimi, un gruppetto, possiedono più di tutto il resto dell’umanità. Questa è statistica pura. È un’ingiustizia che grida al cielo! Nello stesso tempo, questo modello economico è indifferente ai danni inflitti alla casa comune. Non si prende cura della casa comune. Siamo vicini a superare molti dei limiti del nostro meraviglioso pianeta, con conseguenze gravi e irreversibili: dalla perdita di biodiversità e dal cambiamento climatico fino all’aumento del livello dei mari e alla distruzione delle foreste tropicali. La disuguaglianza sociale e il degrado ambientale vanno di pari passo e hanno la stessa radice: quella del peccato di voler possedere, di voler dominare i fratelli e le sorelle, di voler possedere e dominare la natura e lo stesso Dio. Ma questo non è il disegno della creazione (cf. LS, n. 101). È l’ultimo “j’accuse”, di papa Francesco, in ordine di tempo in cui pressante ritorna uno dei temi che han – no caratterizzato la scelta del nome da parte di Bergoglio: Per questo mi chiamo Francesco, come Francesco da Assisi perché uomo di povertà, uomo di pace, che ama e protegge il creato. Elementi che avrebbe richiama – to costantemente durante il suo pontificato e che sono sostenuti da due principi fondanti: il primo è la condivisione. I francescani, vivono la propria vocazione accanto alla gente, ne condividono i problemi e ne intuiscono i bisogni. Ed è così, che già nel Quattrocento perfezionano una serie di strumenti finanziari utili alle persone in difficoltà economica: istituiscono i Monti frumentari in cui si prestavano soldi e sementi a interessi zero e in cui chi aveva disponibilità economica poteva prestare con interessi bassissimi. Si trattava di un’economia fatta prima di tutto, un principio di fratellanza che purtroppo ben presto si è perso a favore del profitto. Quel “va’ e ripara” affidato a Francesco, viene sostituito con un motto individualista del profitto ormai diffuso nella nostra società: “va’ e arricchisciti”, che fa dell’egoismo e della competizione l’unica bandiera. La mostra, presente ad Assisi vuole mostrare e non dimostrare perché è l’autorevolezza e l’esemplarità della vita a dare l’esempio di ciò che si è fatto e quello che davvero ancora si può fare. Perché sia di spunto, uno slancio verso una nuova via, a portata di tasca, a portata di mano, a portata d’uomo. L’economista Stefano Zamagni, in un recente intervento, ha detto che per una strategia di benessere delle persone occorrono tre transizioni: una di tipo energetico, una di tipo economico, una di tipo culturale. Da Assisi si vuole dare una risposta nuova a una vecchia domanda: “Chi comanda l’economia?”. Queste dunque le sfide di ieri, di oggi e di domani. Le parole che l’umanità tutta dovrà far proprie nel – la nuova “era Covid” e post-Covid: sostenibilità, come rispetto del Creato, un’ecologia integrale in nome dell’ambiente; povertà, intesa come vera occasione di fraternità e crescita collettiva; insieme, come patto di con – divisione, per un cammino comune. Esattamente come indicato da papa Francesco nella Laudato Si’. L’obbiettivo è creare è “cantiere di speranza” che rifletta su una nuova economia che per un lato guarda alla straordinaria esperienza storica di Francesco d’Assisi e per un altro guarda alle indicazioni che arrivano dalla Laudato Si’. In mezzo c’è l’economia civile, l’economia di comunità, l’economia di prossimità: tutta una serie di riflessioni che è giunto il tempo di affrontare a viso aperto. Con una domanda che Hans Carl von Carlowitz, ex direttore dell’agenzia forestale tedesca si pose: quanti alberi possiamo tagliare ogni anno senza mettere a repentaglio la foresta? Perché il legno è importante ma la natura non può essere stravolta. Von Carlowitz non bloccava lo sviluppo, lo indirizzava soltanto nella corsia giusta.

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