LUCA PACIOLI: LA SCIENZA DEI NUMERI DELL’IMPRESA

“Mai si deve mettere cosa in dare che quella ancora non si ponga in avere”

Fr. Felice Autieri

Fr. Luca Bartolomeo de Pacioli, o anche Paciolo, nacque a Borgo San Sepolcro oggi Sansepolcro nel 1445, frate minore Conventuale può essere considerato un educatore della scienza economica applicata all’attività mercantile che trattò con accuratezza per ciò che concerneva le operazioni di cambio, con considerazioni notevoli per quegli anni circa il rapporto tra la domanda, l’offerta di moneta e il loro fluttuare. Pacioli, esaltando in perfetto umanesimo le scienze di cui si occupò e il rapporto tra la perfezione numerica e geometrica, non poté dimenticare che con la bellezza vi era anche il “vulnus”, ovvero la ferita del peccato originale. Il fra – te, nelle sue opere ricordava attraverso i passaggi, le spiegazioni e la consequenzialità delle sue dimostrazioni che la cultura non poteva essere finalizzata solo a soluzioni concrete ma dovesse aprire il cuore dell’uomo attraverso la dimensione umana a ciò che fosse bello, vero, giusto e proporzionato. Nelle sue pubblicazioni constatò che l’armonia che ne emergeva non fosse immediatamente finalizzata ad un risultato concreto [sembrerebbe più appropriato “auspicò”], altrimenti si sarebbe svilita la funzione della cultura capace di liberare l’uomo dall’ignoranza. Al contrario il fattore di crescita cultura – le che dava all’uomo il ruolo centrale delle sue conoscenze gli avrebbe permesso di acquisire quelle competenze che sarebbero state capaci di creare le condizioni che gli avrebbero permesso di giungere all’armonia umana che rimandava a quella per eccellenza, che viene da Dio. Nel 1494 pubblicò a Venezia la Summa de aritmetica, geometria, pro – porzioni, et proporzionalità che costituì il primo trattato generale di aritmetica con indicazione [verificare che sia corretto] che avrebbero potuto utilizzare i mercanti per il calcolo della loro contabilità. Ogni parte era divisa in “distinzioni”, “trattati” e “articoli”; è stato fonte di ispirazione per offrire le basi pratiche e teoriche alla moderna scienza della ragioneria e dell’economia aziendale. Tratta di numeri interi e frazionari, calcolo degli interessi, tenuta dei libri a partita doppia, accenni a quello che divenne il calcolo delle probabilità. La parte riguardante la partita doppia è il Tractatus XI: Particularis de Computis et Scripturis che inizia elencando le tre prerogative del mercante: il capitale, la competenza in “ragioni e computi” e la capacità di disporre “conti e scripture”. In seguito Pacioli si occupò dell’inventario mediante cui elencare tutti i beni mobili e immobili: doveva essere redatto in un unico giorno e doveva contemplare tutti i beni in possesso, da cui nacque quel metodo di rilevazione dei conti pubblici e privati che rimase strumento insostituibile anche nell’attuale era informatica e telematica. Pacioli non si limitò alle istruzioni pratiche affermò che lo scopo dell’uomo d’affari è fare profitto, ma seguendo il pensiero socioeconomico della scuola francescana lo definì “profitto ragionevole”. Quindi suggerì come fare buona impresa, come tenere la contabilità, come pagare le tasse e come amministrare le spese: Mai si deve mettere in dare che quella ancora non si ponga in avere, e così mai si deve mettere cosa in avere che ancora quella medesima con suo ammontare non si metta in dare. E di qua nasci poi al bilancio che del libro si fa: nel suo saldo tanto convien che sia il dare quanto l’avere. La partita doppia era un metodo di scrittura contabile consistente nel registrare le operazioni aziendali simultaneamente in due serie di con – ti, principio della duplice rilevazione simultanea, allo scopo di determinare il reddito di un dato periodo amministrativo e di controllare i movimenti monetari e finanziari della gestione. L’obiettivo della Summa era di colloca – re l’economia nel contesto più ampio dell’umanesimo, da questa filosofia pratica d’impresa nacque e si sviluppò l’economia di mercato, ossia quel modello di civiltà cittadina onnicomprensiva delle categorie sociali dove le attività di mercato erano orientate al bene comune, ovvero a quell’umane – simo socio-economico fondato sulla reciprocità, sulla cooperazione sociale, sullo sviluppo solidale della vita di relazione e comunitaria. Il Pacioli sapeva bene che la motivazione del profitto fosse l’elemento critico del successo negli affari, perché conosceva a fondo quali comportamenti riprovevoli tanti uomini d’affari mettevano in atto per raggiungere il successo economico. Infatti i commercianti e gli economi – sti del tempo non esitarono a tenere due libri dei conti, uno da mostrare ai compratori e l’altro ai venditori. Espose nei capitoli della Summa anche la propria concezione di alcuni fenomeni economici legati spesso alle scelte di mercato, reinterpretando l’economia come un autentico luogo di solidarietà sociale. Il francescano Luca Pacioli fu un personaggio culturalmente poliedrico, complesso come uomo e religioso. Fu un uomo colto in relazione con i maggiori ingegni e artisti dei suoi tempi, influenzato dal neoplatonismo ficiniano, grande divulgatore delle scienze matematiche in tutte le declinazioni cogliendone anche gli aspetti esoterici e riunendo nelle sue opere la summa del sapere matematico occidentale. È stato messo in evidenza come il Pacioli oscilli tra due concezioni antitetiche della matematica: una di natura pratica e l’altra di natura speculativa, in rapporto a questa non esitò ad aderire alle suggestioni mistico-magiche del platonismo umanistico. Si rivelerebbero in questo i limiti della sua preparazione scientifica, anche se in realtà l’opera del Pacioli andrebbe contestualizzata nel panorama culturale del Rinascimento italiano. Pacioli non fu un matematico in senso stretto, dichiarò che per scienza matematica si dovesse intendere la somma di aritmetica, geometria, astrologia, musica, prospettiva, architettura e cosmografia. Fu questa somma di conoscenze e di rimandi concettuali tra esse che lo incuriosì e lo affascinò. I rapporti con la nascente classe mercantile a Venezia, a Firenze, a Milano, a Roma, a Perugia e nelle molte altre città italiane dove ebbe modo di insegnare, ma anche la frequentazione di famosi artisti del tempo che lo misero al corrente della pratica della pittura e dell’architettura, lo sollecitarono ad esplorare, con la stessa curiosità e senza avvertire alcuna frattura concettuale, i rapporti tra matematica applicata e matematica teorica. Questo francescano, dopo morto, dovette attendere il 1876 per poter essere apprezzato, quando venne dedicata a lui la piazza con l’epigrafe ubicata davanti al convento di S. Francesco a Sansepolcro, dove si volle ricordare la personalità e la statura culturale e religiosa dell’uomo e del frate. Infine un altro significativo riconoscimento gli è stato conferito nel 1994, quando la zecca dello Stato italiano coniò una moneta commemorativa da 500 lire a lui dedicata con la sua effige.

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