GIOVANNI DUNS SCOTO: LA RAZIONALITÀ NELLE DINAMICHE ECONOMICHE.

IL GUADAGNO PERSONALE DEL MERCANTE È UTILE AL BENE COMUNE

Oreste Bazzichi, Paolo Capitanucci

Il profilo biografico di Giovanni Duns Scoto segue l’indicazione “nazionale”, incisa sul monumento sepolcrale, custodito nella navata sinistra della chiesa di San Francesco d’Assisi a Colonia, che recita: Scotiame genuit / Anglia me suscepit / Gallia me docuit / Colonia me tenet: (la Scozia mi ha dato i natali (1266) / l’Inghilterra mi ha accolto / la Francia mi ha istruito / e Colonia mi conserva). È il Maestro più rappresentativo della Scuola francescana, “il perfezionatore di san Bonaventura” come amò definirlo Paolo VI il 14 luglio 1966, in occasione del settimo centenario della sua nascita, nella Lettera apostolica Alma Parens, meritandosi dalla tradizione di essere chiamato Doctor subtilis non solo per l’acume, l’originalità e la sottigliezza del suo pensiero, ma anche per aver tradotto in alta teologia il sensus fidei popolare, conservando l’umiltà e la semplicità dei piccoli (Mt 11,25). A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell’Ordine francescano e Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 marzo 1993, definendolo «cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolata Concezione». In tale espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia. Nato nel villaggio di Duns, nei pressi della contea di Berwich, in Sco – zia, nel 1266, Giovanni Duns Scoto entrò nella famiglia francescana nel 1278 e nel 1291fu ordinato sacerdote. Dota – to di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le note Università di Oxford, Cambridge e Parigi. Nel 1301, maestro di Teologia, intraprese l’insegnamento nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Non tutta l’attività accademica di Duns Scoto però fu tranquilla. Il 25 giugno 1303, infatti, a causa della crisi tra il re di Francia, Filippo IV il Bello, e il papa Bonifacio VIII, dovette prendere la via dell’esilio, per la sua fedeltà al Papa. All’inizio del 1307 si pone la famosa “disputa” sull’Immacolata Concezione, considerata dagli studiosi il fiore all’occhiello della brillante maestria argomentativa del Doctor subtilis, che, da quell’evento, si guadagnò anche l’appellativo di Doctor Marianus. Nell’estate del 1307, venne trasferito nel convento di San Francesco in Colonia, dove morì, quarantaduenne, l’8 novembre del 1308. La sua opera per eccellenza, in cui sviluppa con maggiore ampiezza e originalità il suo pensiero, è l’Ordinatio, in passato denominata Opus Oxoniense. Scoto affronta il problema della mercatura e del valore economico come esigenza della giustizia commutativa. La sua analisi si snoda all’interno dell’ampio contesto problematico dell’obbligo morale della restituzione delle “cose” altrui ingiustamente tolte o danneggiate. La questione è così formulata: Domando se chi ingiustamente tolse o detiene una cosa altrui sia tenuto alla restituzione tan – to che senza di ciò non si possa dire veramente pentito (Ordinatio, IV, dist. 15, q. 2). Egli parte dalla distinzione fra “commutatio economica” e “commutatio negotiativa”. La prima, cioè lo scambio economico, è fatta in vista dell’uso della cosa ottenuta, mentre la seconda, cioè lo scambio negoziativo, non è fatta per l’uso, ma allo scopo di rivendere successivamente la cosa acquistata e ad un prezzo più alto. Quest’ultimo tipo di scambio è anche chiamato da Scoto “commutatio pecuniaria vel lucrativa”. Ma, al di là delle sottili differenziazioni sulle regole fondamentali del giusto scambio, egli imposta il problema del valore economico in maniera più originale rispetto agli altri scolastici che lo hanno preceduto. Egli, infatti, distingue il valore in “naturale” e “usuale”. Il valore natura – le sarebbe quello obiettivo, messo da Dio nella creatura: Un essere vivente (un topo, una formica, una pulce) vale di più di una cosa inanimata (pane), che non ha vita, anima e sensi. L’altro valore, che in termini moderni chiamiamo “valore economico” e che dal ragionamento del Doctor subtilis ha avuto la sua originale intuizione, è quello “usuale”, che si assume nei riguardi dell’uso umano: Poiché frequentemente le cose che sono più nobili nella loro sostanza naturale, sono meno utili quanto agli usi umani e quindi sono an – che meno preziose. Sotto questo profilo tanto più le cose sono utili ai nostri usi tanto più valgono, e perciò il pane vale più del topo. È vero, il topo, la formica e la pulce hanno la vita, e sono quindi naturalmente “più nobili” del pane; ma il pane vale economicamente molto di più per la sua utilità di nutrire gli uomini. Poiché la compravendita delle merci risponde allo scopo dell’uso della vita umana, il loro valore è determina – to da questo secondo tipo e non dal primo (cfr. ivi, n. 14). È questa la più originale e intelligente definizione del valore economico d’uso, che, insieme al valore di scambio, costituirà la legge di valore economico della scienza economica. L’originalità di Duns Scoto, rispetto agli altri scolastici, si manifesta anche nell’impostazione dello scambio mercantile, il quale deve avere anch’esso una funzione sociale e deve essere esercitato con giustizia e per il bene comune. Quindi occorrono due regole: che il mercante svolga un servizio utile alla società; e che riceva un’adeguata remunerazione. La prima regola, di giustizia mercantile, è questa: sono utili alla Repubblica sia i conservatores rerum venalium, cioè i negozianti e gestori di magazzini, perché nello scambio eco – nomico creano disponibilità immediate di cose necessarie per vivere, sia gli afferentes res necessarias (cioè i mercanti importatori di beni scarsamente prodotti o per niente in patria), perché rendono disponibile una quantità di beni in misura sufficiente ai bisogni. Sulla base esclusiva di questo duplice servizio reso allo Stato, Scoto giustifica e ammette il fatto caratteristico della mercatura già nel XIII secolo: l’acquisto delle merci non per il bisogno, ma per la vendita da farsi con guadagno. La seconda regola stabilisce per il mercante una ricompensa corrispondente al suo lavoro, alle sue capacità e ai suoi rischi: Quanto alla seconda regola dico che chiunque serve lo Stato in un’attività lecita, ha diritto di vivere del proprio lavoro (…). Inoltre, chiunque può lecitamente vendere le proprie capacità e la propria solerzia: e ci vuole molta perizia per trasferire le merci da un luogo all’altro perché bisogna ben conoscere, per fare ciò, l’andamento dei mercati. Il mercante può quindi con giustizia conseguire oltre la propria sussistenza e quella della famiglia per cui lavora, una ulteriore ricompensa per le proprie capacità e per i rischi che affronta. Egli infatti si accolla i pericoli del trasporto, se è un importatore, o della custodia, se è un negoziante. E continua: «Se in una comunità venissero a mancare gli imprenditori, la collettività si troverebbe nella necessità di pagare dei funzionari pubblici che svolgessero le stesse mansioni, magari con il rischio di minore professionalità. Mentre l’imprenditore professionale provvede sì al proprio guadagno, ma mette a disposizione di tutti una merce per il bene della società» (cfr. ivi, nn. 22-23). Quanto al primo criterio, Scoto spiega che la società civile (la respublica) ha bisogno di molteplici profili di persone dedite alle attività di mercato le cui professionalità sono essenziali al bene comune. Quanto al secondo criterio, egli propone due gradi di valuta – zione: a) i mercanti non vanno discriminati e omologati ai ‘peccatori pubblici’; vanno anzi tenuti come indispensabili alla respublica e hanno diritto a vivere del loro lavoro e ad essere tutelati; b) di più, poiché quanto più essi sono competenti, intraprendenti e coraggiosi nell’operare in patria e fuori patria, tanto più la società può avvantaggiarsi della loro industria, qualora in un determinato territorio qualche loro profilo professionale fosse o assente o insufficiente, chi vi svolge funzione di governo dovrebbe ritenere suo dovere individuare, assumere e stipendiare come ministri reipublicae” operatori in grado di svolgerle al meglio. L’attività di mercato è giusta (negotiativa iuxta) quando i due criteri vengono osservati. Bernardino da Siena, un secolo dopo, ripropose sostanzialmente il pensiero di Duns Scoto in 70 71 una famosa predica in Piazza al Campo nel 1427, descrivendola «una delle più utili che voi abbiate mai udito (…) perché già Scoto diceva che per lo ben comune si deve esercitare mercanzia».

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