PIETRO DI GIOVANNI OLIVI: PRIMO ECONOMISTA DELLA SCOLASTICA

Oreste Bazzichi, Paolo Capitanucci

Presentare sinteticamente la ricchezza e la novità del pensiero del teologo francescano Pietro di Giovanni Olivi, detto Doctor Speculativus, non è semplice, ma doveroso sia nei riguardi della storia del pensiero economico sia perché costituisce una delle fonti documentarie primarie nel delineare le origini della nascente scienza economica, germogliata anche con il contributo della riflessione teologica della scuola francescana medievale e tardo medievale. Pietro di Giovanni Olivi, filosofo e teologo francescano, nacque a Serinhan in Linguadoca, nel 1248 e morì a Narbona nel 1298. Entrato a dodici anni nel convento dei Frati Minori di Béziers, dopo i primi studi, passò all’Università di Parigi, dove ebbe maestri insigni come Guglielmo de la Mare, Giovanni Pecham e Matteo d’Acqua – sparta. Nella primavera del 1287, il Ministro generale dell’Ordine, Matteo d’Acquasparta, lo nominò lettore di teologia nello Studio generale di san – ta Croce a Firenze, ove restò circa due anni, fin quando non venne chiamato dal nuovo Ministro generale, Raimondo Godfroy all’Università di Montpellier. I due anni di permanenza dell’Olivi a Firenze hanno avuto una grande importanza nell’evoluzione storica del francescanesimo, sia per l’influenza esercitata sulle idee dei due più grandi esponenti del movimento degli Spirituali italiani, Angelo Clareno e Ubertino da Casale, sia per aver scritto il Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et de restitutionibus, oggetto qui di attenzione. È fuori dubbio che Santa Croce rimase per lo scorcio del sec. XIII, per tutto il XIV e buona parte del XV il centro di diffusione del ricordo dell’Olivi e della conoscenza delle sue opere, che furono silenziosamente conservate e trascritte, nonostante le diffide, le minacce e le condanne più volte pronunciate nei capitoli generali dell’Ordine francescano. Per fr. Pietro di Giovanni Olivi capire come funzionano le monete e il loro rapporto con le cose nella vita quotidiana è una necessità ineluttabile in un mondo in cui non è più possibile barattare le cose o scambiarsi i favori, ma in cui i beni e i servizi devono essere misurati. Il denaro è ricchezza, ma è anche il modo in cui si rende visibile la 60 61 continua oscillazione dei valori necessari per vivere a coloro, soprattutto, che non siano in grado di comprenderlo intellettualmente. Lungo questa strada anche la figura del mercante è legittimata come il soggetto capace di stabilire il giusto prezzo delle cose, il quale ottiene il suo guadagno come remunerazione per la sua perizia sulle merci. Da qui deriva anche un giudizio diverso su chi presta il denaro per un interesse personale, come l’usura – io e chi come, un’istituzione pubblica, prende a prestito dai cittadini una cifra di denaro che remunera con interessi: la discriminante passa per la tesi secondo cui la produttività del denaro pubblico e il capitale del mercante sono parte di un patrimonio colletti – vo e contribuiscono al benessere di tutti, al contrario di quello individuale dell’usuraio, che anzi lacera il tessuto della comunità. Dai pulpiti medievali risuona la condanna dell’avarizia, come peccato capitale, e le parole dei frati elogiano il dono e la gratuità. Il non ricevere denaro permette ai frati di restare poveri e minori, da fratelli, ma san Francesco non è un manicheo perché per lui c’è qualcosa di più importante della stessa povertà: l’attenzione al benessere sociale degli ultimi ed alle esigenze dell’elevazione civile del popolo. Il fatto rilevante dell’analisi dell’Olivi è che viene elaborata e diffusa nella seconda metà del Duecento, quando ancora alcuni meccanismi del capitalismo mercantile erano in fase embrionale. Vicino alle esigenze reali della gente, la sua intuizione lo porta a cogliere i segni del nascente mutamento istituzionale ed economi – co in tutta la loro complessità, molto probabilmente osservato e maturato nel suo soggiorno di Firenze, capitale dell’Umanesimo e dell’incipiente Rinascimento. Per constatare l’acutezza del suo pensiero e la modernità della sua visione del processo economico si possono ricordare, semplificandone al massimo l’esposizione, due aspetti principali della sua lettura delle categorie dell’economico; aspetti che, con una classificazione terminologica moderna, possiamo chiamare: la teoria del capitale e dell’interesse, e la teoria del valore economico e del giusto prezzo. La teoria del capitale si può declinare semplicemente così. Il denaro in sé non è né buono né cattivo: è uno strumento, una merce, anche se particolare. Tutto dipende da chi lo maneggia, come lo fa e tenendo presente la qualità dell’uso che ne fa. L’Olivi riconosce l’esistenza di un denaro particolare, da lui denominato capitale, dotato di uno speciale seme di lucro, capace di generare altro denaro. Afferma: Ciò che è destinato con ferma decisione (firmo proposito) del suo proprietario a fornire un possibile guadagno non solo possiede la natura del semplice denaro o di un oggetto, ma oltre a ciò ha in sé la virtuale possibilità di un guadagno, che noi comunemente chiamiamo capitale, e pertanto si deve restituire non solo il semplice valore della moneta o dell’oggetto, ma anche il valore che si è aggiunto. Con questa definizione il frate provenzale supera, senza incorrere nella condanna ecclesiastica dell’usura (interesse), la prassi della sterilità del denaro, per cui al capitale proprio in forza dell’intenzione (propositum) e della volontà soggettiva di destinazione, viene riconosciuto un valore di – stinto e superiore a quello della semplice moneta: il valor superadiunctus o dell’interesse per il lucro cessante. Secondo l’Olivi, quindi, due sono le condizioni stabilite affinché una somma di denaro rivesta la qualifica di capitale: è necessario che essa sia destinata all’investimento, all’utilità sociale, e che ciò avvenga con la ferma decisione del proprietario. L’accento è posto sull’elemento soggettivo: si richiede, cioè, la presenza di una effettiva volontà di utilizzare produttivamente e socialmente il proprio denaro. Con questo sottile argomento egli riesce a separare etica – mente l’usura dall’interesse: quest’ultimo è generato con l’intenzione di fare un investimento mercantile e quindi non si tratta di simplex pecuniae (denaro come mezzo tradizionale di scambio), ma di somma di denaro (capitale) inserita in un processo produttivo. Il secondo grande contributo dell’Olivi alla teoria economica riguarda il tema del valore economico e del giusto prezzo. Il valore economico deriva dall’uso che gli uomini fanno dei beni e dall’utilità che ne ricevono: variando l’utilità varia anche il valore, cioè la stima soggettiva dell’utilità dei beni. Ma il valore dei beni osserva il pensatore francescano, non si determina solo rispetto al loro uso personale, ma rispetto all’uso comune e non solo per il bene privato. Il bonum commune è il primo degli elementi risolutori della sua analisi. Il valore economico passa decisamente da un piano soggettivo ovvero quello dei concetti, ad un piano di analisi collettiva, basata sul comune uso delle cose. Il passaggio dal tipo di analisi individuale ad un tipo di analisi collettiva consente all’Olivi di introdurre il concetto di “mercato”, come luogo (communitas), dove avviene l’incontro tra domanda e offerta e dove viene stabilito concretamente il prezzo delle merci. Normalmente in un mercato i prezzi si stabiliscono tenendo conto (observat) di queste tre circostanze: la scarsità, e quindi la difficoltà ad essere reperita; le qualità intrinseche del pro – dotto che lo rendono più adatto al consumo; infine, la preferenza individuale. S. Bernardino da Siena, nella sua tra – scrizione di questi passi, introduce tre espressioni ben conosciute agli storici del pensiero economico: la raritas, la virtuositas e la complacibilitas. La raritas sta a significare la scarsità del bene economico rispetto alla domanda; la virtuositas è la sua capacità oggettiva di rispondere ad un bisogno più di un altro bene; la complacibilitas, infine, è la volontà soggettiva (la preferenza) di appagare un bisogno piuttosto che un altro (gusto individuale e personale), stabilendo fra loro una gradualità. Pertanto, il valore economico si determina in funzione dell’utilità sia nella sua forma oggettiva (virtuositas), sia nella sua forma soggettiva (complacibilitas) e in funzione della raritas. È questa la migliore e la più moderna tra le teorie del valore che si siano pensate per contribuire allo sviluppo della scienza economica. Infine, l’Olivi, capovolgendo il principio scolastico che proibiva la vendita del tempo economico, in quanto anch’esso rientrava nella condanna dell’usura, dimostra che il trascorrere del tempo si identifica con lo stesso diritto alla disponibilità del denaro, diritto che è economicamente valutabile quando il denaro si trasforma in capitale. Il pagamento anticipato di un debito giustifica la richiesta di uno sconto, poiché il debitore rinuncia al suo diritto di disporre utilmente del denaro per tutto il tempo che era sta – to pattuito. La soluzione oliviana dello sconto introduce per la prima volta nei processi economico-produttivi il tempo come valore economico, rappresentato dal diritto del debitore sia di aspettare la scadenza per effettuare il pagamento, sia per ottenere un saggio di sconto anticipandola.

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