LA GRAZIA DEL LAVORO

Vivere significa contribuire al bene comune

Fr. Domenico Paoletti

La pandemia sta accelerando un profondo cambiamento nell’economia che, se vuole essere all’altezza dell’humanum, va ripensata sul paradigma dell’umanesimo fraterno, come la Mostra ci ricorda e indica attraverso una breve presentazione dell’apporto dei francescani lungo la storia. Oggi costatiamo forti cambiamenti nel mondo del lavo – ro e nuovi modi di lavorare si stanno delineando: occorre saperli governare con una visione integrale del lavoro, dell’economia e dello sviluppo. Abbiamo dovuto prendere atto che durante la pandemia lo smart working, quantunque in sé non nuovo, è divenuto quasi familiare, stravolgendo le tradizionali modalità di lavoro. Quali evidenze stanno emergendo? Quali segni lascerà? E, soprattutto, quale logica accompagnerà la necessaria riprogettazione del lavoro? Senz’altro il digitale può portare a una ottimizzazione del tempo talvolta anche a una maggiore frammentazione, la riduzione dei costi della mobilità e delle relative implicazioni su congestione del traffico e situa – zione ambientale. Si tratta di elementi potenzialmente migliorativi della vita personale, dell’uso delle risorse, della salute dell’ambiente. Ma quali saranno le conseguenze per le relazioni di lavoro e tra lavoratori? Come cambieranno l’organizzazione del lavoro e la gestione di un’azienda? Ispirandoci a Francesco d’Assisi e alla scuola francescana, avvertiamo con urgenza la necessità di recuperare la centralità della dimensione soggettiva e relazionale del lavoro, da cui dipende lo sviluppo armonico della persona e della società. La riflessione sul lavoro esige innanzitutto un approfondimento del suo significato nell’attuale contesto socio-culturale. Nella prospettiva francescana il lavoro viene inteso, innanzitutto e fondamentalmente, come dispiegamento dell’attività umana in tutte le sue forme e modalità. Grazie al lavoro l’uomo realizza la sua vocazione relazionale con se stesso, con l’altro, con l’ambiente e con Dio. Non a caso per Francesco il lavoro è una “grazia” e non una disgrazia o attività da riservare a persone socialmente deboli. Sappiamo che in diverse civiltà del mondo antico, e an – che in alcune parti del mondo attuale, il lavoro è riservato agli schiavi. Francesco d’Assisi considera il lavoro positivamente e quando ne parla cita sia il testo dell’apostolo Paolo secondo cui chi non vuole lavorare neppure dovrebbe mangiare (cfr. 2Tess 3,10), sia l’espressione benedettina che i monaci devono lavorare per esprimere la loro vocazione e così, vincere l’ozio, fonte di parassitismo e di sfruttamento degli altri (Regula Benedicti 48,1; cfr. Rnb VII: FF 24-27). Francesco chiama “frati mosca” i frati che non lavorano: «Va’ per la tua strada, fratello mosca! Tu vuoi mangiare il lavoro dei tuoi fratelli, ma sei ozioso nell’opera di Dio. Sei come il fuoco che non vuole guadagnare né faticare, e divora il frutto della fatica delle api operose» (FF 1635). Nel Testamento, composto nel 1226 poco prima di morire, Francesco afferma: E io lavoravo con le mie mani e voglio lavora – re; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. E quelli che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio (FF 119). Ma quale lavoro? Quello della produttività pianificata e controllata dalle multinazionali? Il COVID-19 da un lato ha messo in crisi la produzione che segue e detta il ritmo del consumismo orchestrato da una pubblicità tentacolare e manipolatoria, e dall’al – tra ha accentuato il problema della disoccupazione: entrambi rivelano una mancanza di rispetto della dignità dell’uomo. Il lavoro come viene concepito e svolto oggi, il progresso tan – to osannato nella modernità, rende la vita dell’uomo più umana, più degna? Non è forse necessario riflettere sul fatto che l’ambito del lavoro e quello dell’humanitas integrale, della ricerca del senso, o evolvono insieme o insieme decadono? In questo senso può essere letto l’invito di Francesco nella Regola bollata di lavorare senza che si spenga «lo spirito della santa orazione e devozione» (Rb V: FF 88). Il fallimento della concezione materialista e secolarista ha origine dalla pretesa di rinchiudere il lavoro e il progresso entro l’orizzonte terreno. Se manca l’apertura al trascendente e all’assoluto, lo sfociare sull’eterno, sul compimento, il lavoro e il progresso umano non appagano il cuore dell’uomo fatto per l’infinito. L’orientamento così riconoscibilmente cristiano di Francesco non lo spinge a evadere dalla storia e a considerare il lavoro come una punizione, perché la fede in Dio conduce ad assumere il lavoro degli esseri umani nel senso più pregnante, elevandolo e portandolo a compimento. La fede ci dice che non è possibile, o è semplicemente illusorio, progredire in-avanti nella storia intra-mondana senza progredire anche in-alto nella storia della salvezza escatologica. Il lavoro come dimensione essenziale esprime la presenza dell’uomo nel mondo in cammino verso il compimento della sua esistenza, dell’umanità e del creato. Ecco perché il lavoro è la parola dell’uomo che mette in gioco il suo corpo, la sua intenzionalità, la sua prossimità e la sua collaborazione all’opera creatrice di Dio. Al centro della “grazia del lavoro” per Francesco c’è la contemplazione dell’umiltà dell’incarnazione del Figlio di Dio. Il fatto che Dio abbia assunto in Gesù Cristo la condizione umana, con – ferisce dignità ad ogni realtà ed attività umana: dal lavoro alla festa, dalla gioia alla sofferenza, dall’amicizia alla morte. Ciò che riempie di stupore e di dinamismo Francesco è contemplare e sapere che tutto ciò che è umano in seguito all’incarnazione è anche divino. Quindi il lavoro ha una dimensione cristologica e teologale, come ricorda il Concilio Vaticano II: Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito, in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo (…) ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato (Gaudium et Spes, 22). A ben riflettere è tale visione cristiana che ha attivato il progresso nel mondo. Cristo non ci strappa dall’austerità e dalla fatica del lavoro, ma ne rivela e dona il senso più alto e profondo, che consiste nel conferire al lavoro una dimensione di sacramentalità: quella dell’amore fraterno, comunionale. Il lavoro, che ha già in sé una natura comunionale, in Francesco pur con il linguaggio e la teologia del tempo e con la radicalità e novità evangelica che lo contraddistinguono, diventa espressione della fede nella creazione, nella redenzione e nella Parusìa. La comprensione dell’uomo e di tutto ciò che lo riguarda va cercata in un recupero pieno della dimensione escatologica dell’esistenza umana. La vita di Francesco, la volontà di lavorare con le sue mani e l’invitare tutti a vivere la “grazia del lavoro” trova senso, consistenza e illuminazione nella prospettiva della vita eterna. È il compimento l’oggetto ultimo della speranza cristiana, che implica attenzione e passione per l’oggi prodigandosi in vario modo, secondo il proprio specifico e i propri doni, per umanizzare la vita degli uomini, e camminare con fiducia verso la pienezza di comunione. Ecco perché il lavoro ha bisogno della festa, dell’otium del settimo giorno cioè il comandamento del riposo, del dies Domini per unificare la vita. Va pertanto superata la frattura tra lavoro e tempo libero. L’attuale trasformazione del lavoro con il digitale e la robotica libera l’uomo dalla schiavitù di tempi di lavoro eccessivi, per un tempo libero che può dare senso allo stesso tempo di lavoro come esperienza positiva e liberante. Questo è cercare Dio in tutte le cose – e in tutte trovarlo.

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