Non c’è economia fraterna senza gratuità

LA GRATUITÀ, PREZZO IN-FINITO

Quando la povertà genera ricchezza e la fa muovere

Fr. Domenico Paoletti

La scelta della povertà da parte di Francesco, figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone, si fonda sulla gratitudine nel riconoscere che tutto è dono di Dio: dono da ridonare con gioia. Francesco riconosce il dono che ci è dato e che ci precede sempre. Segno e criterio di maturità umana, la gratitudine scaturisce dalla memoria di un cuore toccato da gran – de, estatica meraviglia per un bene ricevuto, e si accompagna sempre alla libertà e alla felicità. Infatti “la gioia è la forma più semplice di gratitudine” (K. Barth) e ne è capace solo chi è umi – le, chi sa che la propria vita è inscindibilmente legata a quella degli altri: «La gratitudine è la ricchezza timida di chi non possiede nulla» (E. Dickinson). In Francesco d’Assisi questo atteggia – mento di umiltà prende la forma della “minorità”. La gratitudine porta a vivere nel – la sobrietà che in Francesco si fa scelta di “altissima povertà”. In lui la povertà si coniuga con libertà, carità e gioia. Po – veri per essere liberi: il binomio povertà e libertà è una relazione che informa lo stile e il messaggio di Francesco e lo rende sempre contemporaneo. A servizio della libertà e dignità della persona, l’economia fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda, come va ripetendo papa Francesco. L’economia a servi – zio dell’uomo e non l’uomo a servizio dell’economia. Accanto al binomio povertà-libertà, incontriamo l’altro povertà-carità: anzi è la carità che dà senso e significato alla povertà. Chi ama si fa povero, ed è povero perché l’altro è accolto come dono ed è la sua in-finita ricchezza. Gesù Cristo, unico modello di vita di Francesco, è la forma della vera povertà e libertà nel donarsi totalmente. La povertà come spogliazione dell’io autocentrato per una relazione gioiosa con l’altro, dove l’altro è la vera ricchezza; senza l’altro sono veramente povero pur con molti averi. Povertà e gioia: un altro legame intrinseco alla vera povertà, vissuta come scelta di stile e non subita, è proprio la gioia. Francesco ha avuto il dono della sapienza nel saper unire “paupertas cum laetitia”. Nelle Ammonizioni S. Francesco dichiara “Dov’è povertà con 28 29 letizia, ivi non è cupidigia, né avarizia” (Adm XXVII,3; FF 177), in contrasto al modo comune di pensare che vede ricchezza-felicità, povertà-sventura come binomi inseparabili. Certo la povertà non è la fonte della gioia, ma è la via, il metodo per l’incontro con l’Altro e gli altri. Oggi si assiste a una ipertrofia dei mezzi parallela a una atrofia di fini: la gioia, invece, va compresa e si comprende solo nell’orizzonte del fine, del compimento, della pienezza di cui si gioisce già ora come apertura e primizia. Quel “fine e compimento” esige sobrietà e gratuità, come dieta salutare per le tante obesità del nostro tempo. L’economia non è il fine ma lo strumento necessario per il compiersi dell’humanum. La gioia, da tutti cercata, con – segue allo spogliarsi della mondanità, all’uscire dall’idolatria di sé stessi, vivendo il paradosso evangelico del “perdersi” per amore per ritrovarsi in pienezza. La povertà gioiosa, scaturita dal cuore grato, risulta dallo stile del “frate minore”, dalle relazioni affetti – ve ed effettive (con Dio, con l’uomo e con il creato), dal modo di guardare le cose, le persone e il Padre, dalla testimonianza credibile e affascinante che rivela il farsi prossimo e l’andare oltre, insieme, verso l’Altro che solo riempie la sete d’infinito e dà compimento al senso dell’eterno che Dio ha messo nel cuore (cfr. Qo 3,11). Allo stupore e alla gratitudine che corrispondono al momento passi – vo, generativo-fecondo della povertà deve essere unita la gratuità, che costituisce il momento più attivo, la de – dizione generosa. La gratuità genera ricchezza e la fa circolare. È questa la spinta che la testimonianza e il pensiero di alcuni francescani, tra Medio Evo ed Età moderna, hanno dato all’economia non guidata dalla ricerca di profitti e di guadagni illimitati, perché il tesoro vero non sono i guadagni e l’oro ma la charis, la gratuità. Dalla gratitudine scaturisce proprio la forza propulsiva della vera ricchezza che è la gratuità, dove il dono ricevuto si trasforma in dono ridonato: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Come la vita, infatti, il dono è qualcosa che ci prece – de. Esula dalla dinamica diritto-dove – re: non può mai essere veramente “ricambiato”, nasce da energie liberate e sprigiona a sua volta capacità inattese. È ciò che ha fatto di Francesco un uomo libero, credibile e affascinante perché umanamente “riuscito”. La gratuità è tale non solo perché non comporta un prezzo da pagare ma, più ancora, perché sgorga da un cuore grato per quanto ha già ricevuto. Solo recuperando questa visione antropologica e teologica si può vivere e gustare la gioia vera, che è frutto dello Spirito, ma anche indice di autenticità nell’esistenza umana e nella stessa economia. L’apporto del pensiero francescano consiste nell’accentuare la gratuità come volto luminoso della libertà creativa: dunque anima esegeta dell’essere, radice di quell’ottimismo che sa guardare la realtà con gli occhi pieni di stupore. La scelta volontaria della povertà personale e comunitaria è il filtro con il quale i francescani guardano in modo diverso la città e gli uomini e diventa un richiamo al fatto che l’uomo è stato creato nudo da Dio e, pertanto, chiamato a condividere i beni e non ad appropriarsene. Inoltre la povertà è una ricchezza infinita perché porta a cogliere il valore delle creature non in rapporto al mercato e al valore monetario, ma in rapporto alla sua dignità trascendente, alla libertà della persona. Non a caso la povertà dei francescani segna il passaggio dalla nozione di proprietà a quella di uso. Le cose non “appartengono”, ma sono da “usare”. Ecco perché Francesco accanto alla povertà pone il sine proprio, il “non appropriarsi” delle cose. Non va condannato l’uso ma la proprietà dei beni, il fatto di immobilizzarli nei vari granai, l’appropriazione egoistica e avida. Da qui l’impulso dei francescani a creare le prime forme di banche nella storia, come illustra la Mostra, insieme allo sviluppo del mercato nella misura in cui accresce il benessere di tutti. Non c’è economia fraterna senza gratuità. La gratuità è il vero dinamismo della realizzazione personale, come dichiara Papa Francesco nell’Evangelii gaudium n. 10: Legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. Occorre che la dinamica della persona passi dall’autorealizzazione all’autotrascendenza, per rispondere al dono ricevuto con il dono donato. È il paradosso evangelico: «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita la troverà» (Mt 16,25). La felicità è la vita ritrovata quando si è accettato di perderla. È la gioia a caro prezzo, secondo la logica pasquale che dona la vera ed eterna gioia. E questa dinamica accompagna anche la vita economica. La gratuità è il trascendentale dell’humanum, che ci fa fratelli e, di conseguenza, genera ricchezza in-finita. Il primato del dono nella riflessione francescana, parte dal bisogno di promuovere la cultura del dono con orizzonti di senso e concreti indirizzi per una ricostruzione economica e sociale più umana, inclusiva e sostenibile. La povertà come ricchezza è il contri – buto dei francescani lungo la storia, anche nel variegato campo dell’economia. L’asse portante del loro pensiero e della loro azione è il riconoscere che il mondo e le creature sono un dono di Dio. Il creato e il nostro essere nel mondo hanno la loro ultima ragione nella libera volontà di Dio, volontà di amore e di comunione. Tale comprensione del reale implica che l’amore di Dio abbracci tutte le creature attraverso rapporti fraterni e non di dominio. Il pensiero francescano, incentrato sul – la libertà creativa di Dio e dell’essere umano, e in particolare sul senso del “dono” come sorgente del reale, ha promosso una economia in cui i beni sono doni da fecondare con l’apporto personale e da immettere nel circuito produttivo per la crescita quantitativa e qualitativa della polis. Oggi in una società post-cristiana c’è ancora spazio per la povertà come ricchezza? Senz’altro la complessità del mondo di oggi con le sue molteplici articolazioni in ambiti spesso autoreferenziali, rende utopistica 30 31 il riproporre l’apporto francescano. Ma d’altro canto non è forse l’utopia che solo può riaccendere, in un cambiamento d’epoca come l’attuale, la passione per l’uomo e per il Regno di Dio? Francesco d’Assisi e i suoi valori ancora riescono ad affascinare ed entusiasmare l’uomo smagato di oggi. Occorre che le varie discipline del sapere collaborino per elaborare un nuovo paradigma culturale che ha come orizzonte l’umanesimo fraterno testimoniato da Francesco.

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