Come evitare la democrazia sospesa

Flavio Felice

“Avvenire”, 26 aprile 2020

La gestione dell’emergenza coronavirus potrebbe aver modificato alcune delle nostre abitudini e innescato nuovi processi destinati a produrre cambiamenti nel modo di lavorare e di interagire; resta il fatto che, accanto ad atti di lodevole abnegazione professionale, abbiamo registrato anche le fragilità del nostro sistema istituzionale.

L’emergenza ha imposto un impegno enorme a favore del diritto fondamentale alla tutela della vita umana. Ciò ha comportato una sorta di trade-off rispetto ad altri diritti non meno sensibili per l’ordinato vivere civile, sintetizzabili con l’asciutta e mai retorica espressione: libertà. L’emergenza ha altresì legittimato la sospensione di alcune importanti dinamiche civili, dando luogo ad una sintassi istituzionale non sempre in linea con i canoni della democrazia liberale. Infine, l’imminente avvio della Fase 2 richiederà uno sforzo straordinario nella gestione dell’emergenza economica.

Il modo in cui affrontiamo simili questioni non è indifferente all’idea di sovranità e di popolo che nutriamo; un’idea che potrebbe accarezzare ovvero contrastare nella maniera più netta le vulgate sovraniste e populistiche che hanno inquinato i pozzi del dibattito pubblico negli ultimi anni, finendo per avvelenare anche le nostre democrazie.

Il volume di Fabio G. Angelini: La democrazia costituzionale tra potere economico e sovranità popolare (Editoriale Scientifica, 2020), è dedicato all’analisi delle relazioni tra politica, economia e popolo, nel contesto giuridico-istituzionale euro-comunitario. Il focus del lavoro è dato dalla ricerca del fondamento logico-razionale della costituzione (macro)economica e dall’esplorazione di alcuni dei problemi posti dall’integrazione europea, di fronte alla conflittualità tra politica ed economia e alla presunta inconciliabilità tra la tutela dei diritti fondamentali e la ricerca dell’efficienza nell’intervento pubblico.

La tesi suggerita dall’autore, a cui si accede attraverso un’articolata ricostruzione della prospettiva ordoliberale, riletta alla luce della public choice e del neoistituzionalismo giuridico, è che la ricerca dell’efficienza nella conduzione dell’intervento pubblico, perseguibile assumendo la concorrenza e la stabilità finanziaria (che non significa fissità), non pone affatto in discussione il paradigma sociale su cui si reggono le democrazie costituzionali. Al contrario, tale prospettiva è la precondizione affinché la sovranità popolare sia esercitata attraverso una serie di limiti posti al governante di turno. È la condizione affinché i processi di scambio, che si realizzano nella sfera pubblica, possano allocare il massimo beneficio possibile a favore del cittadino, piuttosto che in capo ad oligarchie, unicamente interessate alla loro sopravvivenza.

Per Angelini, sulla scorta dell’insegnamento sturziano che fa proprio il cuore della cosiddetta Economia Sociale di Mercato e l’opera di Wilhelm Röpke: il controllo del potere affinché nessuno ne possa abusare e i presupposti etico-culturali del mercato, è necessario ripensare l’ordine giuridico-politico e la sua interdipendenza tanto con l’ordine giuridico-economico quanto con quello morale-sociale. Del resto, come dimostra l’emergenza sanitaria in corso, il diritto alla salute è funzione delle risorse disponibili, un efficiente uso delle stesse è condizione essenziale anche per un efficace esercizio della sovranità popolare. È questa la chiave di volta su cui si regge la democrazia liberale.

Lo studio di Angelini ci invita a superare la prospettiva paternalistica, che non potrà mai essere liberale, perché autoritaria di per sé, tanto nella versione soft dello statalismo, quanto in quella hard del dispotismo classico. Tali considerazioni appaiono fondamentali anche rispetto al dibattito in corso sul ruolo dell’UE. È questa l’occasione per ripensare il rapporto tra politica ed economia in termini di “porosité” e sul ruolo delle istituzioni come leva per incrementare il grado di contendibilità del potere da parte dei “senza potere” e, dunque, favorire una democrazia inclusiva.

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