“Il Foglio”, 30 ottobre 2026
Flavio Felice
A margine del convegno di Ventotene del 17 ottobre sul ruolo dei cattolici nel processo d’integrazione europea, promosso dalla Fondazione Centesimus Annus in collaborazione con l’Arcidiocesi di Gaeta, il Centro Studi “Cardinal De Vio”, la Hanns Seidel Stiftung e ANCI Lazio, propongo una breve riflessione, che muove da una parola di Giovanni Paolo II.
“Europa, sii te stessa!” Così disse a Santiago de Compostela nel 1982, e Benedetto XVI nel 2005 riprese quelle parole come “solenne atto europeistico”. Ci ricordava che l’unità del continente non è semplice prassi politica o economica: è, per usare le parole di Stanislaw Grygiel, “un dono offerto a chi pellegrina verso la verità”. Da qui vorrei partire, sulla scia della Laborem exercens: è il lavoro, con la riflessione culturale sul suo significato, a dirci chi siamo. Dall'”ora et labora” benedettino sono nati gli archetipi del lavoratore, che non è il servo, dell’imprenditore, che non è il predone, e del santo, che non è l’eroe.
In che cosa consiste, allora, l’identità europea? Una risposta viene da un autore lontano dalla tradizione cristiana, ma attento al suo contributo. Seguendo Karl Popper, ricorda Dario Antiseri, la forza dell’Europa sta nel non avere un’unica idea o un’unica fede: la sua storia, ferita da errori e massacri, è stata capace di ragione critica, pluralismo e tolleranza, cioè di autocorreggersi. Le sue radici affondano nella cultura greca, nella civitas romana e nel messaggio cristiano che, con il principio “Káisar non è Kyrios“, ha desacralizzato il potere e ricordato che lo Stato non può essere tutto, dando vita ai corpi intermedi, enti concorrenti che custodiscono la libertà delle persone. Contro questa tradizione si sono levati i negatori della persona, la cui “triplice dispensa”, per dirla con Revel, ha giustificato Lager e Gulag.
A questa eredità hanno attinto i cattolici che hanno costruito l’Europa unita, animati da pace, dignità della persona, sussidiarietà, solidarietà, proprietà privata e uguaglianza davanti alla legge. Dopo Mounier, Maritain e Sturzo, secondo cui le federazioni nascono da interessi morali e materiali e non sulla carta, furono De Gasperi, Adenauer e Schuman, figli di terre di frontiera, a volere che i confini, un tempo campi di battaglia, diventassero luoghi di incontro. Adenauer, a Colonia nel 1946, parlò di una comunità di popoli, ciascuno con il suo contributo insostituibile: «sono tedesco, ma sono sempre stato europeo». Einaudi, alla Costituente, pose la scelta tra la «spada di Satana» e la «spada di Dio», tra dominio e volontaria cooperazione. Il 9 maggio 1950 Schuman indicò il metodo: realizzazioni concrete e solidarietà di fatto, a partire da carbone e acciaio, per rendere la guerra tra Francia e Germania materialmente impossibile. Infine De Gasperi, nel 1953, vide nella Comunità europea di difesa il germe di una comunità politica ed economica, garanzia di pace, ribadendo che politica atlantica ed europeista sono solidali. Di lui Schuman disse che aveva «l’anima di un apostolo, non di un settario».
Oggi quel progetto attraversa una crisi profonda, stretto tra populismi, post-liberalismi, nazionalismi e interessi lobbistici, spesso ammantati di nobili battaglie ecologiche, pacifiste e umanitarie. Manca una riflessione sulla natura stessa dell’esperimento europeo, che una certa cultura politica cristiana, sturziana e degasperiana, legge tra i poli monista e poliarchico di distribuzione del potere. Qui si colloca la “via istituzionale della carità” di Benedetto XVI: uomini “liberi e forti”, imperfetti ma perfettibili, che edificano istituzioni capaci di mostrare la “fecondità del bene”.
Per ridurre il deficit democratico, con l’amico e collega Maurizio Serio, tempo fa e anche su queste colonne, proponemmo un Parlamento articolato in due Camere: un ramo politico, eletto in collegi nazionali, e uno tecnico sulle materie economico-sociali, espressione di gruppi di interesse transnazionali iscritti a un registro, destinato a sostituire il Consiglio economico e sociale. Si evita così un supergoverno europeo dai compiti vasti e indeterminati, nel solco di Sturzo, De Gasperi e dell’Economia sociale di mercato di Eucken, Röpke, Müller-Armack ed Einaudi. Perché la pace, come la libertà, chiede impegno quotidiano: dobbiamo disinnescare le sirene populiste e nazionaliste, valorizzando la capacità di innovazione delle istituzioni, come ricordano i premi Nobel Acemoglu e Robinson, e, con Papa Francesco, “avviare processi più che occupare spazi”.
