Il “popolarismo liberale” antidoto al “paternalismo” e al “populismo”

Flavio Felice

“PoliticaInsieme”, 2 aprile 2021

L’articolo è tratto dall’introduzione al libro di Flavio Felice, Popolarismo liberale. Le parole ei concetti, Morcelliana, 2021, pp. 155.

Con Popolarismo liberale. Le parole e i concetti (Morcelliana, 2021) abbiamo inteso offrire una lettura introduttiva di alcune categorie della teoria politica, analizzate nella prospettiva del popolarismo sturziano, aperto a quelle correnti del liberalismo disponibili ad un rapporto fertile con la dimensione religiosa e con la religione cristiana in modo particolare; di qui il titolo Popolarismo liberale. Il lavoro è suddiviso in tre parti, ciascuna delle quali tenta di aggredire l’oggetto di alcune delle più significative forme che compongono il plurarchico ordinamento sociale: la politica, l’economia e l’ambiente.

In particolare, nel primo capitolo si è tentato di porre al centro dell’analisi la nozione di potere e di come l’avvento del Cristianesimo abbia rappresentato una cesura netta, al limite del rivoluzionario, rispetto all’organizzazione tipica dell’era antica e pagana: il Cristianesimo ha infranto lo «spirito faraonico» e desacralizzato l’azione politica, relativizzando il potere, contribuendo in tal modo all’implementazione del metodo liberale e costituzionale.

Partendo dalla riflessione di Sergio Cotta sul «primato della politica», il capitolo si propone di rispondere alla seguente domanda: la politica ha dei limiti che perimetrano la sua azione o sintetizza tutte le forme sociali e le subordina alle sue ragioni? Lasciando idealmente dialogare pensatori diversi, abbiamo sottolineato il tratto più evidente di una concezione del sociale, che individua la sfera della politica gerarchicamente più alta delle altre sfere. Un primato che, nelle parole di Cotta, si risolve nel «primato della politica», quale unica risposta coerente possibile ai problemi teorici e pratici posti da una certa concezione dell’uomo e dell’esistenza. È con il messaggio cristiano che nella storia umana entra in gioco l’idea che il potere politico non è il padrone della coscienza, né è il potere a giudicare la coscienza, ma la coscienza di ogni uomo a giudicare il potere politico.

Nel secondo capitolo, ci siamo concentra sulla nozione di economia civile di mercato, nella prospettiva teorica dell’“economia sociale di mercato”, dove la categoria di società civile non si confonde con la cinghia di trasmissione tra lo Stato e il mercato, né il mercato esprime una sua alternativa, evitando, dunque, di sposare una nozione di “economia civile” distinta e, in taluni casi, per ragioni ideologiche, persino in conflitto con l’economia di mercato. Se il Cristianesimo rappresenta una cesura storica rispetto alla categoria del potere, perché relativizzato e, di conseguenza, necessariamente limitato, la società civile può esprimere l’argine critico che limita le pretese onnivore tanto delle autorità politiche quanto delle mega organizzazioni economiche.

Nel terzo ed ultimo capitolo, abbiamo preso spunto dalla lettera Enciclica di Papa Francesco Laudato si’ per riflettere sull’ambiente come «casa comune» e fondamentale oggetto di osservazione per l’avanzamento delle scienze fisiche e sociali. Una casa nella quale, nel quotidiano, trovano il loro compimento le categorie del potere, inteso come disponibilità della forza, e della società civile, ridotta a terra di conquista per l’accumulo del potere stesso. Seguendo l’argomentazione di Papa Francesco, abbiamo posto l’accento su alcuni elementi teorici (assi portanti) come lemmi di un paradigma politico ed economico a misura della dignità umana; è questo il tema della «cultura dello scarto», presentato come criterio di giudizio per tentare di individuare soluzioni istituzionali a misura d’uomo, in quanto implicano la responsabilità personale.

La crisi economica già in atto, acuita dalla crisi pandemica che ha coinvolto il mondo intero ha provocato le analisi di esperti di ogni tendenza e numerosi tentativi di arginarla da parte delle grandi istituzioni mondiali. Per tale ragione riteniamo che il Magistero sociale della Chiesa debba accettare la sfida di sedersi al tavolo della discussione critica per tentare di rispondere con sistematicità, facendo riferimento alla cultura politica del popolarismo sturziano e del cattolicesimo librale, ai quesiti teorici e alle evidenze empiriche sollevate dal profondo sconvolgimento della società e delle istituzioni mondiali.

La cultura politica che si è tentato di esporre in questo sintetico lavoro, ispirato al popolarismo sturziano e al liberalismo classico, intende esprimere un’alternativa tanto al nostrano populismo contemporaneo quanto a quelle forme di paternalismo, le cui implementazioni politiche confermano le intenzioni del leader di turno: guidare il proprio popolo come il pastore guida e governa le greggi o come un burattinaio fa muover le proprie marionette.

Al centro del problema della libertà in una «società aperta» troviamo il rischio. Nel caso del paternalismo, è il rischio che liberamente il popolo sovrano decida di asservirsi al pastore di turno che, in nome di un supposto bene del popolo, chiederà e pretenderà dal popolo un potere sempre più illimitato per governarlo come un pastore governa le sue pecore. Ciò può avvenire in maniera hard, quando la pretesa si traduce in violenza, ma potrebbe avvenire, e solitamente avviene, anche in maniera soft, gentile appunto: una dolce spintarella.

Il «paternalismo» al quale facciamo riferimento è una forma di oppressione popolare tutta immersa nella modernità e si nutre delle «democrazie malate», di quelle «democrazie avvelenate» dalle tossine del populismo e della demagogia.

È questo il grande rischio che corriamo: accettare il compromesso tra l’effettività del centralismo amministrativo e la finzione della sovranità popolare, pensando di avere in tal modo garantita la libertà individuale. La realtà, citando Tocqueville, è che l’identità del padrone dovrebbe preoccuparci molto meno del fatto che comunque obbediamo a qualcuno. Una tale predisposizione disinnesca la nostra capacità critica, inibisce il dovere di porre domande scomode al potere, nasconde la realtà che la democrazia è un discorso critico su questioni d’interesse comune: la ricerca del consenso sul legittimo dissenso, favorisce lo spirito d’obbedienza e tende a isolare i pochi che conservano il sano sospetto nei confronti del potere. In assenza di un tale quotidiano esercizio democratico, l’umano stesso si corrompe e diventa altro da sé: è l’alienazione più profonda e anche la più subdola, perché partorita dal ventre democratico e fecondata dalla finzione della sovranità popolare.

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