La morte del grande filosofo che aprì le porte dell’America a Karol Wojtyla

Flavio Felice

“Il Foglio”, 30 marzo 2021

Jude Patrick Dougherty ci ha lasciti il 6 marzo. Dougherty, nato a Chicago il 21 luglio del 1930, ha dedicato tutta la sua vita accademica alla Catholic University of America di Washington D.C.: ne è stato studente, docente, preside della School of Philosophy per più di trent’anni e professore emerito; ha diretto per quarantaquattro anni “The Review of Metaphisics”, la rivista accademica della School of Philosophy della Catholic University.

La scorsa estate gli proposi di entrare nel comitato scientifico della rivista “Power and Democracy”; Dougherty accettò entusiasta e mi inviò un bellissimo articolo intitolato: At the Birth of Social Sciences, che uscirà sul N. 2 del 2020.

Ho conosciuto il prof. Dougherty il 9 settembre del 1995, quando giunsi a Washington con una borsa di studio come Visiting Scholar alla School of Philosophy della Catholic University of America e all’American Enterprise Institute. Lo raggiunsi al MacMahon Hall del Campus della Catholic University, dove ha sede la School of Philosophy, e mi trovai di fronte un uomo imponente, austero, elegante, con un sorriso discreto e la gentilezza di colui al quale era bastato uno sguardo per capire tutta l’ansia e la paura di un giovane davvero spaesato. Devo a Dougherty e a quel primo incontro se sono riuscito a superare le difficoltà iniziali di quell’esperienza.

Dougherty è stato un’autorità nel panorama culturale statunitense. Conosceva bene l’allora Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Karol Wojtyła; avevano in comune la passione per la filosofia e, in particolare, per la tradizione filosofica del personalismo. Un’amicizia che portò Dougherty ad invitare il filosofo Wojtyła nel luglio del 1976 a tenere un ciclo di conferenze presso la Catholic University. Nacque così un sodalizio intellettuale tra i due filosofi che contribuirà non poco alla comprensione e alla diffusione, presso gli ambienti intellettuali cattolici statunitensi, del Magistero sociale del futuro Giovanni Paolo II e, in particolare, dell’enciclica Centesimus annus del 1991. A tal proposito, andrebbe ricordata la lettura che Dougherty ha svolto dell’opera di John Courtnay Murray, padre conciliare gesuita, e del filosofo francese Jacques Maritain. Con particolare riferimento a Murray, tra i principali estensori della Dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa: Dignitatis humanae, Dougherty seppe mettere in evidenza come il problema fondamentale affrontato dal teologo americano sul fondamento dell’esperimento repubblicano americano incontrasse in Giovanni Paolo II e nella Centesimus annus, di cui quest’anno ricorrono i trent’anni dalla promulgazione, un eccezionale strumento di analisi e di comprensione. Dougherty era convinto che l’intuizione di Murray sul public consensus, inteso come fondamento di quell’esperimento politico e civile che maturò dalla Rivoluzione americana, consistesse in un metodo politico che non poteva essere spiegato ricorrendo ad un’interpretazione hobbesiana del contratto sociale: “We hold these truths” significava, innanzitutto, che «[i Padri] hanno pensato che la vita dell’uomo nella società in un governo sia fondata sulla verità, universale rispetto alla sua portata, accessibile alla ragione umana, definibile, difendibile. Se questa affermazione è negata, l’esperimento americano, credo, sia svuotato dall’interno». Dougherty comprese che le parole di Murray avrebbero potuto rappresentare un’originale filosofia civile ispirata ai valori religiosi del Cristianesimo, tesa al rinnovamento delle democrazie, capace di costruire un ponte che unisse le due sponde dell’Atlantico e la Centesimus annus gli appariva il documento che meglio avrebbe potuto servire tale nobile missione.

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