Cristianesimo e governance democratica

Flavio Felice

Sul “Corriere della Sera” dello scorso 2 dicembre, Ernesto Galli della Loggia ha avanzato alcune osservazioni a proposito del ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo e delle criticità che la sua azione ha incontrato in alcuni tornanti storici cruciali. Ne sono seguiti i preziosi interventi, da prospettive e con profondità diverse, di Paolo Asolan, Maurizio Serio e Markus Krienke, che sono stati ospitati sul sito del Centro studi Tocqueville-Acton.

Tuttavia il tema non riesce ad imporsi nel dibattito pubblico anche a causa di quel malcostume di alcuni intellettuali cattolici nostrani, che suggerisce di evitare confronti aperti su questioni che minerebbero la loro stessa legittimità a parlare a nome di gruppi culturali o addirittura di “porzioni della Chiesa”. Questo modo di intendere la riflessione pubblica in chiave corporativa, dunque illiberale, è la negazione stessa del metodo critico democratico, “occupando spazi invece di iniziare processi”, oltre ad essere, non nascondiamocelo, uno dei grandi mali da cui è afflitto il corpo ecclesiale, forse ancor prima di quelli denunciati da Galli della Loggia.

Da questo conseguono alcuni equivoci sul ruolo assunto e svolto nel XX secolo dalla dottrina sociale della Chiesa. Cerchiamo di fare chiarezza. Dal Concilio Vaticano II fino ai nostri giorni essa è stata in primo luogo una riflessione sull’uomo nella società, una riflessione che pone la persona al centro dell’agire sociale e una comprensione del sociale come proiezione plurarchica (pluralità delle forme sociali) dell’agire umano, che esprime la molteplicità, la simultaneità e la continuità dell’azione umana.

È indubbio che, come denuncia Galli della Loggia, le chiese in tutta Europa siano sempre più vuote, e non credo che la questione si possa derubricare a situazione contingente, dettata dai segni dei tempi, nei confronti della quale potremmo solo assistere da spettatori disinteressati. La fede si manifesta e si esprime nelle sue molteplici forme, ma la pratica dei sacramenti non è un optional per la vita del cristiano, è l’esperienza della presenza di Dio nel suo vivere quotidiano. D’altra parte, non credo si possa parlare di un deterioramento della fede; lì dove essa si esprime è genuina, generosa e vivificante. Credo che ciò che andrebbe ripensato sia l’approccio pastorale, sempre più improntato alle cosiddette “buone pratiche” esperite nel sociale e sempre meno incentrate sulla testimonianza di fede vissuta nell’intimità della preghiera e della vita contemplativa. Qui si individua una cesura rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto non indifferente e che non credo sia una inevitabile condanna dell’epoca in cui viviamo. Temo invece che sia un comodo cedimento di una certa leadership religiosa (laica e consacrata) ad un certo accomodamento del fatto religioso al conformismo che livella tutto, nel nome dell’indifferenza e della notte nella quale “tutte le vacche sono nere”.

In secondo luogo, Galli della Loggia e i tre suddetti commentatori hanno messo bene in evidenza un grande tema che investe direttamente le istituzioni della Chiesa e che, inevitabilmente, si riflette sul rapporto che essa ha con il potere. Si tratta della democrazia all’interno della Chiesa, una forma di decision-making che la interessa in quanto organizzazione formata da uomini e donne, quando intende esprimersi su questioni non immediatamente deducibili dalle verità di fede. Non dimentichiamo che la democrazia è il prodotto di una discussione critica su questioni di interesse comune e la governance delle istituzioni ecclesiali riguarda tutti coloro che ne sono direttamente o indirettamente interessati; dunque, almeno tutti i fedeli.

Credo che sia giunto il momento di ragionare sull’organizzazione di quella governance e domandarsi se non sia il caso di sottrarla all’insindacabile giudizio di un organo monocratico – laico, semplice prete, vescovo o cardinale che sia. Insindacabile perché gli organi collegiali, in simili istituzioni, sono solitamente di tipo consultivo e non deliberativo, i membri non sono eletti ma cooptati da chi decide insindacabilmente e la responsabilità dell’insindacabile decisore è, di conseguenza, nulla, essendo a sua volta cooptato dal suo superiore: il che vale dal consiglio pastorale dell’ultima delle parrocchie in su.

Per queste ed altre ragioni, l’editoriale di Galli della Loggia è qualcosa di molto serio e spiace che altri intellettuali e teologi non siano voluti ancora entrare nel merito di questo dibattito; esso rappresenta anche un’occasione per le stesse gerarchie in quel processo di discernimento tanto spesso, anche autorevolmente, evocato, ma che risulta puntualmente disatteso alla prova dei fatti.

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