Cattolicesimo e sfide della storia. In dialogo con Asolan e Galli della Loggia

Maurizio Serio

Ho letto con attenzione le argomentazioni di don Paolo Asolan che rispondono alle osservazioni, a tratti provocatorie, di Galli della Loggia.
Per ognuno dei tre punti indicati da don Paolo c’è una cesura storica peculiare, ognuna portatrice di una sfida che i  cattolici, chierici e laici, hanno saputo fronteggiare con risultati alterni; sono sfide comunque aperte al contributo delle generazioni successive:
1. Prima sfida: il Concilio Vaticano II e il definitivo abbandono della logica trono/altare con riconoscimento della responsabilità dei chierici a favorire questo processo e dei laici a interpretarlo da protagonisti, senza sudditanza né nei confronti della Religione intesa come apparato né della Politica intesa come orizzonte totalizzante di senso.
2. Seconda sfida: la rivoluzione culturale del Sessantotto, che è stata l’unica a poter conquistare la borghesia proprio perché rivoluzione “borghese” e non proletaria: una rivoluzione nei consumi e negli stili di vita, che dunque poteva essere portata avanti solo da chi poteva scegliere liberamente tra consumi e stili di vita, senza le costrizioni economiche e le preoccupazioni materiali di sopravvivenza che i proletari hanno per definizione. I giovani, e gli studenti in particolare, non devono essere responsabili di altro che del loro futuro, non hanno “prole” da mantenere e non debbono curarsi di conservare il proprio corpo come unico mezzo di sostentamento.  Quale messaggio di integrazione e di senso ha saputo dare la Chiesa a questi giovani in quegli anni? C’è voluto il magistero di Giovanni Paolo II, dieci anni dopo, per ridare una prospettiva di senso ai giovani, giocando all’attacco e puntando sulla libertà. Ma nei seminari e nelle accademie teologiche intanto la partita era persa.
3. Terza sfida: la globalizzazione, a partire dalla quale i paradigmi orizzontali e multilivello  di governance hanno cercato di sostituirsi ai classici modelli di governo e di comando top-down dello Stato moderno. Dal momento che questa innovazione investe i modi stessi in cui è possibile pensare l’organizzazione del potere nelle nostre società, ovvero le istituzioni, è inevitabile che questa sfida lambisca e poi penetri anche nell’assetto istituzionale della Chiesa, nel suo modo di presentarsi come governo delle cose temporali. Non tocca certamente il suo modo di governare le anime, che è irriducibile e incontestabile da parte di qualsiasi critica o filosofia umana, perché si fonda sul primato petrino conferito direttamente da Cristo. Però, ripeto, per quanto attiene il governo di tutto quello che non rientra nella libertà individuale di coscienza, il principio di governance è senz’altro una risorsa e una risoluzione del dilemma del potere e, se interpretato in chiave sussidiaria e non tecnocratica, può senz’altro trasformare le vecchie e antiquate “istituzioni del potere ecclesiale” in istituzioni di servizio della comunità, come ben auspica anche don Asolan nel suo prezioso intervento.

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