Se Weber a fine 800 spiegava i misteri della Borsa fra criticità e luoghi comuni

Flavio Felice

“Avvenire”, 11 settembre 2020

Pubblicato per la prima volta nel 1896 nella collana Göttinger Arbeiter-Bibliothek, curata da P. Naumann, La borsa di Max Weber torna ad essere disponibile anche in lingua italiana, grazie alla pubblicazione dell’opera per i tipi della Marietti, impreziosita da una “Nota di lettura” di Franco Ferrarotti. Si tratta di un’opera agile, la cui scrittura scorre con incedere accattivante e densa di provocazioni rispetto a luoghi comuni, considerati logori persino all’epoca in cui l’opera vide la sua luce.

Max Weber si veste degli abiti dell’attento economista, senza peraltro dismettere quelli del sociologo, e analizza l’istituzione simbolo del capitalismo, di quel modo di procedere negli affari economici, che tanta rilevanza assumerà nello studio del sociologo tedesco; è del 1905 la pubblicazione della ben nota opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui l’Autore osserva e descrive ciò che nel tempo sarebbe diventato il tempio del capitalismo, mostrando l’ambivalenza di una istituzione che, nel bene e nel male, avrebbe trasformato per sempre la vita nei paesi occidentali. La tesi sostenuta da Weber è che l’intensificarsi degli scambi, promosso dal diffondersi delle operazioni di borsa, avrebbe contribuito alla creazione e alla distruzione di valori culturali. Il diffondersi della borsa avrebbe agevolato l’ampliamento della sfera del mercato, liberando opportunità a vantaggio dei più, ma consentendo anche l’emergere di inedite forme di sfruttamento.

Nella sua accurata “Nota di lettura”, Ferrarotti evidenzia come, sin da questo lavoro, Weber ponga il problema che lo porterà negli anni successivi a sviluppare l’opera sull’etica protestante e l’emergere dello spirito del capitalismo, individuando nella tenuta razionale dei conti e nella partita doppia, la peculiarità stessa del capitalismo. Di fatto, Weber comprende che il “capitalismo non è un sistema”, qualcosa d’immutabile e di ideologicamente rigido. È piuttosto un modo di produzione e di distribuzione delle merci e dei servizi decisamente flessibile e culturalmente pluriforme. Interessante, a tal proposito, il confronto con la lettura data da Michael Novak nell’opera L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo. Il teologo e politologo cattolico statunitense sostiene che il nocciolo della teoria weberiana consiste nell’aver compreso la differenza sostanziale fra un tipo di “capitalismo patrimoniale”, caratterizzato dalla dipendenza da un’autorità morale o politica: “pray, pay, obey”, e un tipo di “capitalismo razionale”, legato a procedure logiche e concrete, autonomo, aperto alle varie possibilità e regolato da leggi che premiano il merito. L’elemento che caratterizza il moderno capitalismo da tutte le forme di cultura tradizionale dipende da un nuovo e particolare significato che gli individui danno a ciò che normalmente fanno.

Per questa ragione, Weber denuncia la superficialità con la quale ampi settori della popolazione osservano il fenomeno della borsa, addebitandole una serie di responsabilità. Una superficialità che ha prodotto l’idea “pericolosa” che la borsa, per sua stessa natura, debba comportare l’esistenza di un a “club cospiratore” e che, per tale ragione, dovrebbe essere distrutta.

Premesso quanto già scritto in ordine all’ambivalenza di tale istituzione, Weber sottolinea la dimensione relazionale del profilo economico e la potenziale funzionalità della borsa alla realizzazione di un mercato sempre più ampio e capace di soddisfare le aspettative di coloro che da secoli sono esclusi dal circuito dello sviluppo economico.

Credo sia questo uno degli aspetti più profondi e culturalmente sensibili di un’opera scritta più di centoventi anni fa, il riconoscimento del mercato come processo relazionale, mediante il quale ciascuno vede aumentare la capacità di soddisfare le proprie aspettative nella misura in cui si mostrerà capace di soddisfare le aspettative altrui. Ed è qui che l’analisi economica incontra anche l’elaborazione della Dottrina sociale della Chiesa; scrive Benedetto XVI in Caritas in veritate 35 e 36: “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. […] La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani”.

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