Il “neoliberismo” antipopulista

Flavio Felice

“Avvenire”, 5 marzo 2019

Il recente volume di Alberto Mingardi: La verità, vi prego, sul neoliberismo. Il poco che c’è, il tanto che manca (Marsilio, 2019), si presenta estremamente interessante e provocatorio. Il contesto teorico nel quale l’autore situa il saggio è dato dalla consapevolezza che la differenza cruciale fra un’economia libera ed una nella quale le risorse sono allocate da “Qualcuno” è che sarà proprio la libertà a consentire di correggere più rapidamente gli eventuali “errori” nell’allocazione delle risorse; sappiamo infatti che, per tutta una serie di ragioni, il decisore politico fa più fatica: Sturzo era solito affermare che “lo stato è inabile a gestire una bottega di ciabattino”

Un ulteriore presupposto è dato dal fatto che l’allocazione delle risorse scarse per usi alternativi non è sempre ottimale, ne consegue che un’economia di mercato richiede flessibilità e attitudine al cambiamento. Riportando un pensiero dell’economista Maffeo Pantaleo, l’autore osserva come gli esseri umani preferiscano la “stabilità” e cerchino di evitare il cambiamento. Ad ogni modo, tale tendenza che si esplicita nella richiesta politica di protezione delle merci (dazi) e delle persone (prima gli italiani), finisce per peggiorare la situazione: «rendono le persone dipendenti da esse, esaltano il loro bisogno di stabilità e riducono ulteriormente la loro disponibilità al cambiamento». Il risultato sarà una generale distorsione delle informazioni veicolate dal mercato, con grave danno per tutti gli operatori.

La tesi di fondo del libro è che «si raglia contro il “neoliberismo” perché noi abbiamo bisogno di avere un nemico cui dare le colpe delle nostre sventure». L’autore sostiene che prendersela con le “forze impersonali” dell’economia è comodo e indolore, in fondo queste non rispondono e si vive nell’illusione di avere ragione. Tuttavia, scrive Mingardi, «l’idea che il mondo soffra per eccesso di deregolamentazione non regge a un esame banale dei fatti». Forse è vero proprio il contrario, ossia che la tanto agognata crescita economica dipende dalla possibilità che le persone siano libere di provare a realizzare i propri progetti e non da faraonici piani industriali governati dall’autorità pubblica.

Mingardi è consapevole di quanto questa posizione sia contro intuitiva, specialmente per gli intellettuali, i quali spesso snobbano la “libertà del birraio” o del “lattaio” derubricandola in forme di egoismo piccolo-borghese, non comprendendo che si tratta invece della molla indispensabile per qualsiasi crescita economica.

Il nostro autore collega il cosiddetto “neoliberismo”, formula ambigua, mutuata dall’inglese “neoliberalism”, e decisamente oscura fuori dai patri confini, all’esperienza “ordoliberale” tedesca che, nel Secondo Dopoguerra, assunse il nome di Economia Sociale di Mercato. Quel filone del pensiero liberale continentale che, sulla scorta dall’amara lezione del totalitarismo fascista, nazista e comunista, disegnò un sistema ordinamentale, tale da impedire alla sfera politica di agire in modo discrezionale, adattando la leva economica, produttiva, fiscale e monetaria alle proprie esigenze elettorali. In Italia, alfieri della prospettiva dell’Economia Sociale di Mercato furono Luigi Einaudi e Luigi Sturzo.

Tanti sono i temi trattati dal volume, ma particolarmente incisivo risulta quello dedicato alla questione dei populismi. I fenomeni Trump, Brexit, Salvini, afferma Mingardi, rispondono a logiche diverse e non andrebbero interpretati come una reazione all’economia libera. Certo, presentano una costante, che è data dalla trasposizione retorica, quando non propagandistica, dei temi economici in quelli culturali. Ne è un esempio la continua polemica sui flussi migratori, portata avanti più per ragioni di tornaconto elettorale di brevissimo periodo che per una concreta emergenza nazionale. Il ragionamento è il seguente: l’immigrazione è portatrice di esternalità positive e disperse nel lungo periodo, mentre di esternalità negative e concentrate nel breve. Il che produce una comprensibile domanda elettorale di chiusura dei confini ma, sottolinea Mingardi, mettendo in guardia il lettore, crea anche inefficienza, poiché blocca la circolazione del fondamentale fattore produttivo.

Si apprezzano l’onesta intellettuale, la schiettezza, oltre alla competenza e alla chiarezza espositiva dimostrate dall’autore e ci auguriamo che il suo coraggio, insieme a quello di altri interpreti del liberalismo italiano, possa fare breccia nel dibattito pubblico e offrire un’alternativa all’asfittico discorso sovranista e populistico.

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