Riaccendere la fiducia e partecipazione. Il Terzo settore per la democrazia

di Fabio G. Angelini (“Avvenire” 30 marzo 2019)

Caro direttore,

le scrivo in merito all’articolo «Il Papa e la ‘grandiosa’ ital-solidarietà. Ciò che ci fa davvero grandi», firmato da Francesco Ognibene e pubblicato su ‘Avvenire’ lo scorso 5 marzo. L’analisi proposta potrebbe, d’acchito, apparire (solo) un elogio di quella straordinaria ricchezza italiana che è il Terzo settore. Sarebbe questa una lettura certamente corretta, ma troppo semplicistica. Papa Francesco ci sta insegnando la grande lezione della ‘profondità per semplicità’.

Una metodologia di analisi delle realtà umane che, partendo da ciò che è sotto gli occhi di tutti, così come ci appare, senza sovrastrutture o secondi fini, è però in grado di condurci nelle profondità dell’annuncio cristiano, cogliendone la sua attualità. Facendo ricorso a questo metodo, attraverso la constatazione della grandezza del volontariato e di quelle straordinarie esperienze che sono la cooperazione e il variegato mondo dell’educazione (sicuramente gli oratori, ma aggiungerei anche il mondo della scuola e della scuola libera), l’articolo suggerisce una riflessione profonda sul nostro modo di essere e di stare insieme.

«C’è qualcosa – rileva Ognibene – del modo in cui siamo fatti come italiani che è l’esatto contrario di altri, tristi ed egoistici stereotipi fin troppo ripetuti e persino acclamati. C’è qualcosa in noi che non si lascia illudere né piegare: è il volto della persona umana che si desidera incessantemente valorizzare e servire».

Quello del Terzo settore è un segno di speranza per il Paese: è autentico, verificabile, apprezzabile da chiunque. La grandezza di quelle tre realtà elogiate da papa Francesco – che presuppongono il saper donare, il voler costruire e l’educare – sta nel loro essere generatori di fiducia, di relazioni umane e di visione condivisa. Non è qualcosa di poco conto se si consideri che, stando ai principali indicatori economici del Paese, l’unica cosa che cresce senza sosta è il livello di sfiducia che serpeggia tra le famiglie e le imprese, riflettendosi sui consumi e sugli investimenti.

C’è allora molto da imparare da queste realtà. E, forse, anche molto da chiedere loro in termini di impegno e contributo al fine di irradiare e riattivare nel Paese quelle capacità di donare, costruire ed educare che sono il fondamento della loro straordinarietà. Tali abilità costituiscono, infatti, insieme alle virtù umane, il terreno sul quale lo sviluppo economico e sociale può essere realmente per l’uomo e non a prescindere o, peggio, contro di esso.

C’è un metodo di interazione umana, uno stile relazionale e un modo di essere classe dirigente che si fonda sulla capacità di servire l’umanità, amando il mondo – con tutti i suoi difetti e limiti – appassionatamente. Una capacità quest’ultima che rende grande il nostro Terzo settore e che, se messa generosamente a disposizione del Paese, può innescare quel circolo virtuoso della fiducia senza la quale non c’è ricetta economica che possa farci realmente riscoprire la bellezza del poter ‘corrispondere’, contribuendo tutti, ciascuno a modo suo, al bene comune.

Su tutti i mega-trend che stanno trasformando il contesto socio-economico in cui viviamo – dai cambiamenti demografici alla digitalizzazione, passando per la globalizzazione – l’opinione pubblica appare frammentata, perlopiù incapace di trovare le risposte alla complessità, incertezza e rischio che da essi derivano. Sentiamo forte la mancanza di leadership capaci di mettere in discussione i paradigmi tradizionali, di essere responsabili, sostenibili e inclusivi, di stimolare l’innovazione e la creazione del valore favorendo la cooperazione tra le persone.

Ciò su cui credo si debba lavorare – mettendo a disposizione quella sapienza cristiana e civile che anima il mondo cattolico e che condividono molte realtà del Terzo settore – è un nuovo metodo di confronto democratico, realmente inclusivo e partecipativo, capace di rilanciare i nostri valori di fondo e, facendo leva su di essi, di proporre una visione del Paese alla cui realizzazione possano sentirsi interpellati tutti: italiani e immigrati, giovani e anziani, istituzioni e imprese, famiglie e individui. Senza rendite di posizione, promuovendo i processi di scambio e il progresso delle idee, senza le quali – come diceva Cattaneo – resta chiuso il circolo delle ricchezze.

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