Lavoro 4.0 e dignità umana: la produttività e i suoi limiti

di Fabio G. Angelini (SIR, 5 febbraio 2018)

Di fronte alla sfida lanciata da Francesco per un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, rilanciato anche dall’ultima Settimana Sociale dei cattolici svoltasi a Cagliari lo scorso ottobre, l’evoluzione del lavoro verso il paradigma dell’Industria 4.0 e la ricerca di una maggiore competitività industriale, rappresenta un terreno di confronto assai delicato.
Il rischio, come accaduto recentemente in occasione dell’artefatta polemica sul braccialetto elettronico che Amazon starebbe brevettando per i propri dipendenti, è di confondere i diversi piani su cui si snoda il problema, ovvero, di proporre riflessioni avulse da un contesto tecnologico con cui, vuoi o non vuoi, dobbiamo fare i conti.

L’innovazione tecnologica è frutto della creatività e del lavoro umano.

Ad essa, perciò, occorre guardare favorevolmente, senza però dimenticare che “la scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi” (LS, 114). Per questa ragione, la riflessione su un tema così sensibile come quello del lavoro 4.0 non può prescindere da due premesse fondamentali. La prima è che la dignità dell’uomo è inviolabile e che, affinché un lavoro sia degno, occorre che esso rispetti la vita delle persone, così come pure i suoi ritmi e le esigenze connesse alla sua relazionalità. La seconda è però che – ferma restando la decisa condanna verso ogni interpretazione dello sviluppo tecnologico solo in funzione del profitto (peraltro, di pochi), ignorando ogni possibile conseguenza per l’essere umano – rinunciare alla tecnologia e, in particolare, alle straordinarie opportunità che essa offre per rendere il lavoro umano più produttivo, più sicuro e più creativo (si pensi, per esempio, ai grandi spazi offerti dal Piano Impresa 4.0 varato dal Governo ed ulteriormente implementato nell’ultima Legge di bilancio) avrebbe delle ricadute negative sia in termini economici che sociali che non possiamo permetterci. In parte, proprio perché, a sua volta, rinunciare ad agganciare il treno della produttività del lavoro provocherebbe conseguenze (per esempio, occupazionali) anch’esse altrettanto lesive della dignità umana.

Sebbene apparentemente inconciliabili, queste due premesse ci consentono di fuggire da approcci ideologici, parziali o assolutistici, poco utili per rispondere ai dilemmi etici del nostro tempo, ponendo invece il ragionamento sul terreno di quello sviluppo umano integrale che sta al cuore della dottrina sociale della Chiesa.

Non si tratta di una ricetta predefinita ma di uno strumento per interpretare la realtà economico-sociale e le esigenze di competitività delle nostre imprese partendo da una riflessione sull’uomo capace di fuggire dalla tentazione di demonizzare anziché governare i fenomeni e che richiede onestà intellettuale e una profondità di pensiero che spesso è assente nei dibattiti sui media.

La visione antropologica espressa dalla dottrina sociale della Chiesa suggerisce, infatti, di mettere a fuoco il problema guardando più che alla demonizzazione della tecnologia, agli strumenti che abbiamo a disposizione per evitare che il progresso tecnologico si traduca in una disumanizzazione del lavoro umano e nella disgregazione dei legami sociali, coniugando invece le esigenze della produttività con il rispetto della dignità del lavoratore e la centralità della persona. In questa prospettiva, la riflessione sui dispositivi per l’interazione uomo-macchina dovrebbe dunque concentrarsi sulla messa a punto degli strumenti legislativi e regolamentari e, prim’ancora, sullo sviluppo di una moderna cultura digitale, capace di accompagnare lo sviluppo dell’Industria 4.0 all’interno però di una cornice istituzionale fatta di sufficienti anticorpi contro derive e comportamenti lesivi della dignità della persona e, come tali, disumanizzanti. Anticorpi di cui il pensiero cattolico è estremamente ricco.

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