Servire il popolo, non servirsene. La sfida per le élite

di Fabio G. Angelini e Antonio Campati

(editoriale ripreso dal sito dell’agenzia Sir)

Elezioni amministrative, ma anche Brexit e riforme costituzionali. Sembra proprio che l’attualità politica voglia farci riflettere su quella delicata relazione che sussiste tra un popolo e la sua classe dirigente. Si dirà, è una relazione in crisi. Vero, eppure è proprio su quel piano che bisogna agire per innescare il circolo virtuoso dell’inclusione istituzionale, centrale nel magistero sociale della Chiesa.

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Partiamo dalle amministrative. Il dato emerso in modo chiaro è l’affermazione di candidati anti-establishment. Tutti privi di legami (se non debolissimi) con i partiti, esprimono una chiara discontinuità rispetto alle amministrazioni precedenti. Non si tratta di una tendenza inedita ma di una costante da quando vige l’elezione diretta del sindaco, a sua volta figlia della frattura tra popolo e classe dirigente delineatasi all’inizio degli anni ’90. Se però, alla semplice rottura con le passate gestioni, si aggiunge la certificazione della mancanza di una credibile classe dirigente locale, ovvero la sua disfatta a beneficio degli outsider, allora l’analisi cambia. Questa tendenza registra un vero e proprio distacco fra vertice politico nazionale e organizzazioni periferiche.

Occorre esser chiari. Non crediamo si tratti di una passeggera disaffezione alla politica.

La vittoria del M5S dimostra che, se da un lato non mancano attivisti interessati a impegnarsi sul territorio, dall’altro, è forte lo scollamento fra partecipazione civica e proposta politico-partitica. Il proliferare di liste civiche è indicativo di un desiderio di partecipazione che non è più canalizzato dai partiti, ma è espresso da raggruppamenti, spesso ideologicamente eterogenei, che propongono proposte concrete, rispondenti ai bisogni reali dei cittadini che quindi le apprezzano e le votano. Opzioni di tal genere, che pure hanno prodotto risultati significativi in termini di policy, hanno però un grande limite: prosciugano in partenza il bacino dal quale i partiti potrebbero attingere per rinnovare la loro classe dirigente. Con ciò, non si intende attenuare le colpe dei partiti, ma si vuole constatare come la responsabilità che la dottrina sociale della Chiesa affida loro – ovvero, quella di favorire una partecipazione diffusa e l’accesso di tutti a pubbliche responsabilità – stia via via assumendo colori sempre più sbiaditi. È evidente però che, se i canali che dovrebbero permetterla sono ostruiti, risulterà preclusa qualsiasi forma di virtuosa circolazione delle élite. E questo, è un danno.

V’è dunque da chiedersi se le élite siano auspicabili e quale ruolo possono giocare nei sistemi democratici.

In altri termini, se sia pensabile o meno farne a meno. Le élite possono spesso apparire (e finanche esserlo) oligarchie chiuse e autoreferenziali. Laddove ciò avvenga, sono l’avamposto delle istituzioni estrattive e di sistemi economici destinati all’impoverimento, non solo materiale. È vero, però, che esse possono anche incarnare minoranze creative, indispensabili per un (buon) funzionamento della democrazia. Divenendo, al contrario, l’architrave delle istituzioni inclusive e dello sviluppo economico.

È su queste seconde che occorre focalizzare l’attenzione, poiché la distanza che oggi separa i “pochi” dai “molti” non si riduce puntando il dito contro la funzione organizzatrice dei primi. Il governo di una comunità è di necessità nelle mani di pochi, anche in una società liquida influenzata dalle dinamiche del web. Chi fa finta di non cogliere questo passaggio si preclude la possibilità di educare e formare la futura classe dirigente.

Poiché sono le minoranze di governo (europee, nazionali e locali) che incarnano le istituzioni, sono proprio queste che, a loro volta, possono incarnare politiche pubbliche solidali e inclusive.

Sono sempre le élite, inoltre, che riescono a governare in modo pacifico quell’imprescindibile elemento di conflitto insito nelle democrazie. E il conflitto, come ci insegna Francesco, non può essere ignorato o dissimulato. Anzi, dobbiamo accettarlo e “trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo” (Evangelii gaudium 227).

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Le élite, dunque, sono importanti per il futuro delle nostre città, così come pure – volgendo lo sguardo sul fronte delle riforme istituzionali – del nostro Paese. Ma forse lo sono ancora di più per il futuro dell’Europa. Non dimentichiamoci che sono state élite illuminate quelle che dopo la Seconda guerra mondiale hanno posto le basi per una pace duratura nel vecchio continente. Sempre quelle stesse élite costruirono un progetto di lungo periodo per la crescita dei loro Paesi. Da allora molto è cambiato.

Oggi, le élite europee appaiono simili a minoranze tecnocratiche, incapaci di capire i bisogni concreti dei cittadini e, per di più, percepite come soggetti estranei dai popoli che rappresentano.

La decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Europa conferma questa impressione. Ci sembra che il tema sia il medesimo su cui i risultati delle elezioni amministrative hanno acceso i riflettori. Una crescente sfiducia verso chi incarna il potere che, da un lato, si manifesta con modalità inedite e, dall’altro, è incapace di rigenerarsi facendo emergere minoranze creative come lo furono, per l’Italia e l’Europa i cattolici nel secondo dopoguerra. Saremo in grado di invertire la tendenza solo se sapremo cogliere le ragioni profonde di tale sfiducia e se una minoranza creativa saprà raccogliere la sfida di testimoniare il principio della centralità della persona declinandolo in cornici istituzionali più inclusive, in grado di supportare e incoraggiare il dinamismo della società civile anziché servirsene quale strumento proprio di dominio. Di servire (il popolo), non servirsene.

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