Perché è indispensabile avere fede nell’angoscia

Dario Antiseri

“Il Giornale”, 2 gennaio 2021

«È con l’aiuto dell’angoscia che Dio scende in caccia dell’uomo»

Søren Kierkegaard

Credere, per un cristiano, significa credere che quel bambino che è Gesù Cristo è anche Dio: Uomo-Dio. «Gesù Cristo – afferma Søren Kierkegaard – è il segno dello scandalo e l’oggetto della Fede».

In effetti, «come il concetto di fede, anche quello di scandalo è una categoria specificamente cristiana che si rapporta alla fede (…). Lo scandalo si riferisce essenzialmente alla sintesi di Dio e uomo, ossia all’Uomo-Dio (in Cristo)». «La venuta di Cristo è e resterà sempre un paradosso». «Ma Gesù Cristo è il paradosso, la sintesi paradossale di un Dio e di una povera natura umana: l’umiliazione Gli appartiene perciò in modo essenziale».

Fu Gotthold Ephraim Lessing ad affermare che «verità storiche fortuite non possono mai diventare una prova per verità eterne di ragione e che il passaggio, con cui si vuol costruire una verità eterna sopra un fatto storico, è un salto».

Esattamente da Lessing, dal «problema di Lessing», prende lo spunto Kierkegaard per chiedersi, nella Postilla conclusiva non scientifica: «Si può mai dare un punto di partenza storico per una coscienza eterna? (…) Si può mai costruire una felicità eterna sopra una coscienza storica?».

Questa la sua risposta: «Io, Giovanni Climaco, nato in questa città di Copenaghen, di anni trenta, uomo semplice e schietto, come lo è la maggior parte della gente di qui, ammette che, per me, come per una semplice domestica e un professore, c’è in attesa un sommo bene che si chiama beatitudine eterna. Io ho sentito dire che il Cristianesimo è la condizione per ottenere questo bene e ora mi domando: come posso io rapportarmi a questa dottrina?». Ebbene, c’è una sola via per rapportarsi a questa dottrina: il salto nella fede, l’atto di fede che un uomo nato nel tempo è Dio.

Per Kierkegaard un principio da non scordare è il seguente: «La fede non si può comprendere: il massimo a cui si arriva è poter comprendere che non si può comprendere. Così anche per un Assoluto non si possono dare ragioni, al massimo si possono dare ragioni che non ci sono ragioni». La Fede è la divina follia dei Greci. La fede, dice Kierkegaard, è un prodigio, eppure nessun uomo ne è escluso.

La filosofia e il Cristianesimo non si lasciano mai conciliare: «l’idea della filosofia è la mediazione, quella del Cristianesimo il paradosso». Credere, per un cristiano, significa credere che quell’uomo che si chiama Gesù è anche Dio: uomo-Dio. «Gesù Cristo è il segno dello scandalo e l’oggetto della Fede». E davanti a Cristo non si tratta di giustificare, ma di credere. E per credere non è necessario essere contemporanei a Gesù. Vedere un bambino nato in una grotta o un uomo sulle sponde del lago di Generzareth, infatti, non è sufficiente a farci credere che siamo davanti a Dio. Sono gli occhi della fede che ci fanno vedere in un fatto storico qualcosa di eterno – e rispetto all’eterno «ogni epoca sta egualmente vicina».

La fede è sempre un salto, sia per chi è contemporaneo a Cristo sia per chi non lo è – per i Re Magi e per i pastori di cui parla il Vangelo e per ogni uomo e per ogni donna delle generazioni successive. Va respinta, per Kierkegaard, la «considerazione speculativa del Cristianesimo», e cioè il tentativo di giustificarlo con la filosofia. Il buon ladrone non cercò nella filosofia motivi per credere. E credette contro ogni evidenza e contro ogni ragione: «Ma quale Fede poi? Credere in Colui che soggiace alla medesima condanna, che è schernito, vilipeso, sputacchiato, maledetto, confitto alla Croce, credere che la sua parola abbia qualche importanza, che debba essere Dio che dà un posto in paradiso; mantenere questa Fede, allorché per di più lo stesso Crocefisso esce nel grido: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? (Mt, 27,46)». Cristo dice al ladrone: «In verità, in verità ti dico oggi sarai con me in Paradiso (Lu, 23,43)». L’ateismo è difficile, ma anche credere è difficile. «Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro, indietro! Dunque la via è stretta (Mt 7,14) (e questo appartiene già alla fede). La via è buia, anzi, non è soltanto buia di un buio pesto, ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l’oscurità (…) proprio perché gli indicatori stradali significano la direzione inversa». Eppure – sottolinea sempre Kierkegaard – c’è una scuola che offre la disciplina per andare avanti su questa strada buia, colma di ostacoli e piena di indicazioni contrarie: la scuola dell’angoscia.

L’angoscia caratterizza la condizione umana, è il panico prodotto dal baratro della mancanza di senso assoluto. È una scuola che forma. Essa, infatti, «distrugge tutte le finitezze scoprendo tutte le loro illusioni. E nessun grande inquisitorie tiene pronte torture così terribili come l’angoscia; nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui è più debole, né sa preparare così bene i lacci per accalappiarli, come sa l’angoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare così a fondo l’accusato come l’angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, né nel divertimento, né nel chiasso, né sotto il lavoro, né di giorno, né di notte». Certo, l’angoscia può indurre nella tentazione del suicidio. Ma, così facendo, si fraintende l’angoscia, non si apprende dalla sua scuola. Occorre dare il benvenuto all’angoscia, farla entrare nell’animo, lasciare che lo perquisisca e permetterle di «scacciare tutti i pensieri finiti e gretti». È in questo modo che «Dio che vuole essere amato discende con l’aiuto dell’inquietudine in caccia dell’uomo».

La morte può essere la fine della malattia, ma, nel senso cristiano la morte non è la fine. Se si volesse parlare di una malattia mortale nel senso più stretto, questa dovrebbe essere una malattia in cui la fine sarebbe la morte e la morte sarebbe la fine. E questa è precisamente la disperazione. Il disperato è malato a morte. Angoscia come possibilità del nulla di senso; disperazione come incapacità di trovare se stessi, di capire chi davvero siamo e quale sia il nostro destino più umano, più autentico. Angoscia e disperazione, dunque, come via alla fede. Dio redime. Ma chi può capire la Redenzione? E in quale senso la si può capire, «nel senso della coscienza angosciata o in quello della speculazione indifferente e oggettiva?». La verità è che «una Redenzione è necessaria solo per una coscienza angosciata». È la Redenzione a fermare il passo alla disperazione: «Solo chi ha provato la disperazione capisce in fondo la Redenzione, perché ne sente il bisogno». Con l’aiuto della Fede – scrive Kierkegaard – l’angoscia educa l’individuo a riparare nella Provvidenza.

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