“Mentre a Roma si discute, Sagunto brucia”… Sulla libertà di scelta educativa

Suor Anna Monia Alfieri

3 giugno 2020

“Mentre a Roma si discute, Sagunto brucia”. In queste settimane mi torna spesso alla memoria questa frase di Livio. Non ho fatto studi classici: i numeri, con la loro schiacciante evidenza, sono da sempre il mio pane. Avevo però sentito pronunciare questa espressione dal cardinale Pappalardo in occasione dei funerali del generale Dalla Chiesa, durante un servizio televisivo dedicato alla figura di questo grande italiano. Quella citazione, sentita quando ero ancora una bambina, è tornata improvvisamente alla mia mente in questi ultimi tempi…

            A Roma, infatti, e precisamente nelle due Camere del Parlamento, si stanno tenendo discussioni che durano ore ed ore circa i temi più svariati. Uno tra questi è la scuola. La scuola pubblica. La scuola pubblica statale e paritaria. Tutti abbiamo così avuto modo di sentire la Ministra Azzolina riconoscere la funzione svolta dalla scuola paritaria. Lo aveva già fatto precedentemente, ma lo ha ripetuto, per essere precisi, il 28 maggio alle ore 10.00: “Il Governo ha stanziato 150 mln di euro, segno che ha a cuore tutti gli studenti nel rispetto della libertà di scelta educativa”. Cara Ministra, apprezziamo la dichiarazione, ma i fondi stanziati sono briciole: paragonabili a una mancia della nonna e altrettanto diseducativi. La cifra necessaria è ben diversa: per garantire quel diritto che lei stessa ha riconosciuto serve, conti alla mano, 1 miliardo di euro.

Ma ancora non è detta l’ultima parola. Il prossimo 3 giugno, infatti, il Parlamento sarà chiamato a discutere il DL Rilancio. In vista di tale appuntamento, sono stata convocata presso la Commissione Bilancio: questa è stata per me l’occasione per ripetere ancora una volta quello che vado dicendo da anni.

Se il Governo non interviene in misura adeguata, a settembre 300mila studenti che attualmente frequentano la scuola pubblica paritaria busseranno alle porte della scuola pubblica statale. E voglio vedere come questi studenti, con i loro docenti e famiglie, saranno accolti da una scuola impegnata da anni, senza risultato, ad eliminare il fenomeno delle classi pollaio (problema al quale ora si aggiunge quello del distanziamento sociale)!

È facile prevedere che cosa accadrà: il collasso del sistema scuola pubblica: se chiude la paritaria, crolla la statale (per questo dico che è una guerra tra poveri). E, se crolla il sistema scuola, occorre essere consapevoli che sarà il sistema Italia a collassare. Economicamente, socialmente e culturalmente. Chi ci guadagnerà? Mafia e Camorra. Perché le scuole chiuderanno soprattutto nelle regioni del Sud, dove la tenuta sociale è garantita proprio dalle paritarie (che in molte zone sono le sole a garantire il servizio).

Si pensi poi al comparto 0-6 anni. Qui a rimetterci saranno le donne. Infatti, se chiude la scuola paritaria e lo Stato non garantisce il servizio, chi si prenderà cura dei bambini? Le donne dovranno rinunciare al loro lavoro fuori casa per dedicarsi alla cura dei propri figli. Stupendo, ma cancelliamo anni di battaglie per le pari opportunità! E ancora una volta si deve accettare il paradosso: io, Stato, ti faccio la legge sulle pari opportunità, ma poi non ti garantisco nei fatti che tu, donna, possa esercitare queste pari opportunità. In fin dei conti è la stessa cosa che è avvenuta nella scuola: io, Stato, con la legge 62/2000 ti ho dato un diritto, ma poi nei fatti non garantisco a te, famiglia, di poter effettivamente scegliere. Stesso meccanismo, stessa logica. Certamente non aristotelica!

Qual è allora la soluzione? Due sono gli interventi necessari, uno immediato, l’altro a lungo termine. Quello immediato è stanziare 1 mld di euro a sostegno delle famiglie (sempre loro) che hanno scelto la scuola paritaria per i loro figli. Se non si stanzia subito tale cifra, lo Stato dovrà sborsare 2,4 mld a settembre per sostenere le spese degli studenti trasferiti dalla paritaria alla statale.

Come si arriva a tale cifra? È tutto numericamente dimostrato: attraverso 1) detrazione delle rette tramite credito di imposta; 2) sconto sulle imposte che consenta ai Gestori di ridurre le rette da chiedere ai genitori. Occorre poi: 1) aumentare il Fondo per le Scuole dell’Infanzia (lo stanziamento annuale corrisponde alla mancia per la Prima Comunione); 2) aumentare i fondi per la DaD da destinare alle famiglie e ai docenti delle scuole paritarie; 3) aumentare i fondi da destinare alle spese per pulizia e sanificazione degli ambienti. Si consenta inoltre alla CEI, che ha già stanziato 20mila borse di studio, di destinare parte dei fondi ricavati dall’8 per mille al sostegno delle famiglie delle scuole paritarie.

Ancora una volta si deve arrivare ad innescare un circolo virtuoso, costruttivo, non deleterio per i cittadini: il sostegno dato alla famiglia salva la scuola paritaria e, di conseguenza, quella statale. Il pluralismo educativo salva la Nazione. Economicamente, socialmente e culturalmente.

Arrivo quindi alla seconda soluzione, quella a lungo termine e di più ampio respiro. Si riconosca in modo definitivo il diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia attraverso l’individuazione del costo standard di sostenibilità per allievo: una quota pro capite, definita sulla base di studi seri e approfonditi, da assegnare ad ogni famiglia per l’istruzione dei figli. Su tale strada la laica Francia ci ha preceduto da anni, garantendo la libertà di educazione alle famiglie e di insegnamento ai docenti.

In tutto questo, davvero importante è stato il contributo di USMI e CISM, le due Conferenze che riuniscono i Superiori generali delle Congregazioni femminili e maschili italiane impegnate nel mondo della scuola. Nel comunicato congiunto del 25 maggio così si legge: “Noi chiediamo che il decreto Rilancio consideri che gli investimenti in educazione e formazione siano per tutto il sistema pubblico scolastico nazionale, quindi anche per le scuole pubbliche paritarie. Le scuole pubbliche paritarie, infatti, non sono scuole o istituti di educazione privata e, quindi, non hanno diritto di essere un onere per lo Stato. La scuola pubblica paritaria è parte integrante del sistema dell’istruzione pubblica del nostro Paese e questo è costituzionale. La scuola, come ricordava L. Berlinguer, non è laica o cattolica, è solo scuola. […] Le ideologie creano monoliti culturali e spaccature sociali”. Sono affermazioni davvero importanti, che testimoniano una unità mai sperimentata prima. Anche l’iniziativa dello sciopero della scuola paritaria è stata l’occasione per percepire la vitalità e la freschezza della sua proposta culturale.

Alcune studentesse di 4^ liceo così hanno scritto: “Se chiedessimo a un ragazzo qualsiasi che cos’è una scuola paritaria, probabilmente risponderebbe: “Quella dove vanno i ricchi”.  Spesso ci viene detto che noi possiamo anche studiare poco, tanto paghiamo, è impossibile che ci boccino. Tutto questo è ciò che l’Italia lascia credere e ci dispiace che solo essa, insieme alla Grecia, non dia la possibilità di frequentare la scuola che più si desidera. Questo, dove bisogna pagare per avere a che fare con professori competenti, non è un sistema scolastico di qualità, e noi, che abbiamo la fortuna di aver conosciuto l’ambiente della nostra scuola, siamo i primi a dover diffondere la notizia, coperta agli occhi del nostro Paese”.

Non aggiungo altro. Il discorso fila. Ha una logica che anche un bambino della Primaria comprende pienamente. Ora tocca alla politica decidere se servire gli Italiani o, rimanendo servi dell’ideologia, condannarli al collasso.

Link al video dell’audizione di Suor Anna Monia Alfieri presso la Commissione Bilancio della Camera dei deputati del 29 maggio 2020

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