Con il Motu Proprio sui beni temporali, un passo decisivo verso la Chiesa povera per i poveri

di Fabio G. Angelini (tratto da AgenSir 12 luglio 2016)

Il Santo Padre ha scelto di incentrare il suo pontificato sul rinnovamento della Chiesa nello spirito di povertà. È in questo senso che devono leggersi il Motu Proprio ‘Fidelis Dispensatur et Prudens’, gli Statuti dei tre nuovi organismi economici (Consiglio per l’Economia, Segreteria per l’Economia e Revisore Generale) ed il Motu Proprio ‘Beni temporali’ del 4 luglio scorso.

Quest’ultimo, in particolare, ha ridisegnato i rapporti tra la Segreteria per l’Economia e l’APSA, ovvero, il soggetto giuridico che impersona la Santa Sede nei rapporti patrimoniali in Italia e all’estero, operando come una sorta di banca centrale (o meglio, di tesoreria). Esso rappresenta il tassello ancora mancante del tentativo di importare nel governo economico-finanziario della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano il Planning-Programming-Budgeting System (PPBS system). Un sistema questo che – ormai collaudato sia nel settore pubblico che privato -, per funzionare correttamente e non creare distorsioni, rende però indispensabile un complesso sistema di controlli che vedono impegnati, con funzioni differenti, sia la Segreteria per l’Economia, sul fronte del controllo economico e della regolarità amministrativa e contabile, che l’Ufficio del Revisore Generale, su quello della revisione contabile.

Non si tratta, dunque, di mettere in discussione il diritto della Chiesa di possedere i mezzi materiali necessari per svolgere la sua missione,

quanto piuttosto di interrogarsi sulla destinazione di tali beni e sul loro corretto utilizzo. Una Chiesa povera per i poveri è, infatti, una Chiesa che mette tutti i propri averi esclusivamente al servizio della sua missione, seguendo l’esempio di Cristo e curando con attenzione quanto le è affidato, come un fidelis dispensatur et prudens (Lc, 12,42).

I beni temporali, lecitamente detenuti dalla Chiesa, non possono essere usati da quest’ultima per servire se stessa. Essi, infatti, devono essere posti a servizio della sua missione secondo l’esempio degli Apostoli: erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. (…) Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno (Atti 2: 42.44s)

Occorre dunque, innanzitutto, sgombrare il campo dall’equivoco secondo cui una Chiesa povera per i poveri alluda a una Chiesa priva di mezzi materiali. In secondo luogo, poiché il rinnovamento della Chiesa nello spirito di povertà va ben oltre l’esigenza di giustizia, essendo richiesto dalla stessa natura della Chiesa, quello su cui

occorrerebbe soffermarsi sono invece le modalità attraverso cui assicurare un corretto uso delle risorse materiali e, di conseguenza, come costruire un solido contesto giuridico – il cui centro è, per usare la felice espressione di Giovanni Paolo II contenuta nella Centesimus annus (42), etico e religioso – capace di fare da cornice alle attività economico-finanziarie della Chiesa.

Le riforme introdotte da Francesco richiamano l’attenzione della Chiesa alla sua “responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni, alla luce della sua missione di evangelizzazione e con particolare premura verso i bisognosi” poiché, “la gestione dei settori economico e finanziario della Santa Sede è intimamente legata alla sua specifica missione, non solo al servizio del ministero universale del Santo Padre, ma anche in relazione al bene comune, nella prospettiva di uno sviluppo integrale della persona umana”.

Infatti, quanti più beni sono disponibili, quanto meglio vengono gestite le risorse a disposizione, tanto più la Chiesa potrà svolgere la propria missione.

Sulla scorta dell’insegnamento del Concilio Vaticano II, come i precedenti, anche questo Motu Proprio riafferma la strumentalità dell’uso dei beni temporali da parte della Chiesa rispetto al compimento della sua missione poiché è proprio in questo legame di strumentalità che si colgono le ragioni del possesso da parte della Chiesa di tali beni.

Seguendo l’esempio di Cristo, infatti, che da ricco si fece povero (2 Cor 8, 9), la comunità ecclesiale è chiamata a vivere anche nella gestione dei propri beni temporali il medesimo spirito di povertà.

Sul piano pratico tali considerazioni non sono prive di conseguenze. Poiché la liceità del possesso di beni da parte della Chiesa è subordinata alla loro effettiva necessità in funzione degli scopi ecclesiali, il rapporto di necessità esistente tra beni temporali (mezzi) e fini perseguiti pone in capo a coloro che sono chiamati a svolgere ruoli di amministrazione e gestione di tali beni una particolare diligenza che passa attraverso l’esercizio delle virtù umane e l’adozione di strumenti trasparenti nella gestione del patrimonio della Chiesa, sia per i cosiddetti beni “finali” (ovvero, quelli che servono direttamente al fine) che per i beni “strumentali” (ovvero, quelli che servono solo indirettamente al fine, fornendo un reddito).

L’impegno di Francesco per una Chiesa povera per i poveri è sintomatico della volontà del Pontefice di fare del proprio pontificato un tentativo di realizzare quelle condizioni istituzionali, oltre che di natura etica e religiosa, per garantire il corretto uso delle risorse della Chiesa e la loro destinazione preferenziale in favore degli ultimi e degli esclusi dalla società dello scarto.

Queste riforme – con il loro richiamo alla responsabilità della Chiesa di tutelare e gestire con attenzione i propri bene, alla luce della sua missione e dell’opzione preferenziale per i poveri – rappresentano, perciò, la pietra angolare di una nuova cornice giuridico-istituzionale all’interno della quale dovrà inquadrarsi la gestione delle risorse ecclesiali. In tal modo, esse segnano l’avvio di un percorso che porterà la Chiesa, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, a ridefinire il proprio assetto organizzativo e funzionale al fine rispondere con maggiore efficacia alle esigenze contingenti del nostro tempo e a diffondere un rinnovato spirito di servizio nelle istituzioni ecclesiali.


en.jpgThe Motu Proprio on temporal goods is a decisive step towards a poor Church for the poor

Pope Francis has decided to centre his pontificate on Church renewal in the spirit of poverty. The Motu Proprio “Fidelis Dispensatur et Prudens”, the Statutes of the three economic bodies (Council for the Economy, Secretariat for the Economy, Auditor General) along with the Motu Proprio “Temporal Goods” of past July 4, should be read through those lenses. The latter in particular has redesigned the relations between the Secretariat for the Economy and APSA – the Administration of the Patrimony of the Apostolic See – that deals with the provisions owned by the Holy See in Italy and abroad, acting as a sort of central bank, (or rather as a treasury). Thus it constitutes the missing tile in the attempt of introducing the Planning- Programming-Budgeting System (PPBS system) within the economic and financial governance of the Holy See and of the Vatican City. Ensuring the proper functioning of this system – that has been thoroughly tested in the public and private sectors – and avoiding distortions, requires a complex control system involving, with different assignments, both the Secretariat for the Economy in terms of monitoring economic and administrative and accounting procedures, and the Office of the Auditor General, as regards financial audit.

Thus, far from questioning the Church’s right to possess the material means to carry out her mission, it is a question of reflecting on the recipients of these goods and their correct use.

In fact, a poor Church for the poor is a Church that puts all of her goods at the service of her mission, following the example of Christ and attentively caring for what she has been entrusted, as a fidelis dispensator et prudens (Luke, 12,42).
Temporal goods legitimately owned by the Church, cannot be used by the latter to serve herself. In fact, such goods should be put at the service of her mission, following the example of the Apostles: “They devoted themselves to the apostles’ teaching and to fellowship, to the breaking of bread and to prayer. (…) All the believers were together and had everything in common. They sold property and possessions to give to anyone who had need.” (Acts 2: 42-44s).
Thus first of all, it is necessary to clear up the uncertainty inferring that a poor Church for the poor refers to a Church without material means. Second,

Since Church renewal in the spirit of poverty extends beyond the need for justice, that is part and parcel of the very nature of the Church, the aspect requiring further reflection involves the ways to ensure the appropriate use of material resources, thereby entailing the establishment of a solid legal framework

whose centre, using the apt terms of John Paul II ,contained in the encyclical Centesimus annus (42), is ethical and religious – capable of acting as the structure of the financial and economic activities of the Church. The reforms introduced by Francis invites the Church to focus her attention on “her call to safeguard and carefully administer her goods in light of her mission of evangelization, with special care for the needy” fo, “the responsibility of the economic and financial sectors of the Holy See is intimately linked to its own particular mission, not only in its service to the Holy Father in the exercise of his universal ministry but also with respect to how they correspond to the common good in light of integral human development.” In fact, the more goods are available, the better will the available resources be managed, the more the Church will be able to carry out her mission.

On the wake of the teachings of the Second Vatican Council, as the previous ones, also this Motu Proprio reaffirms the instrumentality of the use of temporal goods on the part of the Church vis a vis the fulfilment of her mission, for it is precisely in this instrumentality bond that are found the reasons for the Church’s ownership of the above-mentioned goods. Following the example of Christ, who was rich and became poor (2 Corinthians, 8:9), the ecclesial community is called to live the same spirit of poverty also in the management of its temporal goods.
In practical terms, these reflections are not without consequence for the lawfulness of the Church’s ownership of goods depends on their effective need, in order to fulfil ecclesial purposes. The existing relationship based on the need of temporal goods (means) in the light of pursued goals ascribes to those with administrative and management responsibilities of such goods a special diligence that encompasses the practice of human virtues and the adoption of transparent tools in the management of Church patrimony, both in terms of the so-called “end” goods (namely those that serve the end goal) and of the “instrumental goods” (i.e. those that serve the goal in an indirect manner by providing an income).

Francis’ commitment for a poor Church for the poor epitomizes the Pontiff’s determination to characterise his pontificate with the attempt to ensure the institutional conditions – as well as those of ethical and religious nature – for the correct use of Church resources and their preferential destination for the poor and for those excluded by the throw away society.

These reforms – and their reference to the Church’s responsibility to protect and carefully handle her goods, in the light of her mission and of the preferential option for the poor – represent the cornerstone of a new legal-institutional framework that must encompass the management of ecclesial resources. In this way they will usher in a new process that will bring the Church – following the teachings of the Second Vatican Council – to redefine her organizational and operative structure with the aim of efficiently responding to the needs of our times while spreading a renewed spirit of service within ecclesial institutions.

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