Il capitale umano quale bagaglio dell’imprenditore imago Creatoris

Intervista di Alberto Di Martino a Flavio Felice

L’intervista è stata pubblicata sul sito di Economia Prima e Dopo

Il Comitato Scientifico ed Organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani ha pubblicato di recente gli atti della 49° edizione delle Settimane Sociali che si è svolta a Taranto dal 21 al 24 ottobre del 2021, avente per tema: “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro”. Nella comunicazione del Comitato è emerso un aspetto che interessa molto l’attività di “Economia Prima e Dopo”, riguarda l’attività imprenditoriale e il suo rapporto con il capitale umano. Si è parlato dell’imprenditore come un “co-creatore”, come colui che continua l’opera della creazione. In queste parole ci è sembrato sentire l’eco del teologo e politologo statunitense Michael Novak. Dal momento che lei ha di recente pubblicato un libro su Michael Novak per i tipi di Bruno Leoni Libri ed è stato membro del passato Comitato delle Settimane Sociali, potrebbe spigarci cosa intendeva Novak per missione co-creatrice dell’imprenditore?

Mi consenta di ringraziarla per questa domanda e di complimentarmi con lei per aver colto così chiaramente la fonte autentica di questa interessante osservazione che proviene dal Comitato delle Settimane Sociali. In effetti, già sul finire degli ’70, ma più compiutamente durante gli anni ’80, Michael Novak sviluppa una filosofia dell’agire imprenditoriale che tenta di integrare la tradizione filosofica politica dei padri degli Stati Uniti d’America, in buona parte interpretati alla luce della narrazione di Alexis de Tocqueville ne La democrazia in America, e la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto con l’avvento del pontificato di Giovanni Paolo II. Il tentativo di Novak ha consentito agli statunitensi di approcciarsi al Magistero sociale della Chiesa superando alcune incomprensioni dovute alla peculiarità dell’esperimento americano, ma anche al cattolicesimo non statunitense di conoscere meglio l’elaborazione culturale che proveniva da oltre Atlantico; il richiamo del Comitato delle Settimane Sociali mi sembra che vada esattamente in questa direzione e ne sono contento, anche perché non era affatto scontato.

Mi spiego. Per esperienza diretta ricordo quando le tesi di Novak erano aspramente e ampiamente osteggiate dell’intellighenzia cattolica e, in particolare, proprio il suo richiamo alla persona come homo creator in quanto imago Creatoris; ricordo, a tal proposto, il saggio del 1984 intitolato: The Lay Task of Co-Creation. Questa idea da alcuni veniva derubricata in apologia del modello capitalistico americano, mentre si trattava del frutto di una riflessione molto attenta sull’antropologia cristiana e sulle nozioni di libertà e di responsabilità. In realtà, Novak era tutt’altro che un apologeta del modello americano, non credo di aver letto critiche più profonde a quel modello di quelle esposte dallo stesso Novak; critiche che invitavano gli americani a considerare come un dono l’eredità ebraico-cristiana e umanistica dell’esperimento americano e di considerare l’abbandono di quelle tradizioni la più grande minaccia per la sopravvivenza stessa della repubblica. In questa cornice di pensiero andrebbe considerato lo specifico contributo di Novak alla filosofia d’impresa, il cui fondamento, tuttavia, è di carattere teologico.

Ecco, potrebbe spiegare in cosa consiste tale fondamento e come Novak giunge a definire l’imprenditore un “co-creatore”?

Ci provo. Novak ritiene che il fondamento dell’economia d’impresa, in quanto economia di mercato o “economia libera”, per usare l’espressione che Giovanni Paolo II in Centesimus annus n. 42 reputa più adatta, sia la fecondità della mente umana: il caput, quindi i processi d’innovazione, la scoperta, l’invenzione, l’ingegnosità. Poco soddisfacenti per Novak risultano invece i meri caratteri del mercato, della proprietà privata e del profitto; essi sono presenti anche in altri sistemi economici ed inoltre non evidenziano sufficientemente la capacità umana d’inventare, creare ed innovare, che sono gli elementi indispensabili per l’esistenza di un sistema cosiddetto d’impresa. Tali inalienabili doti umane, afferma Novak, sgorgano dal fatto che l’uomo è plasmato ad immagine e somiglianza del Creatore; di conseguenza, anche la persona, con tutti i suoi limiti, partecipa per vocazione alla creazione ed al continuo cambiamento nella sfera economica, politica e culturale.

Il nucleo del pensiero di Novak che incontra il magistero sociale di Giovanni Paolo II sul terreno della filosofa d’impresa e dell’economia libera è dato dal concetto di soggettività creativa della persona, in base al quale il diritto d’iniziativa economica è un diritto inalienabile, giacché fondato sulla trascendente dignità della persona umana, plasmata dal Creatore a Sua immagine e somiglianza; di conseguenza, anche l’uomo partecipa per vocazione alla creazione nel campo economico. Inoltre, Giovanni Paolo II, avendo affermato la superiorità del capitale umano (caput), delle capacità dell’uomo, della fantasia e della volontà, ha evidenziato in modo inequivocabile le facoltà di comprendere e di scegliere, attraverso le quali l’uomo manifesta la dimensione antropologica dell’imago Dei.

Se questo è il carattere di antropologia teologica presente nella tesi di Novak, quali potrebbero essere le considerazioni sul fronte della filosofia d’impresa?

Credo che per rispondere alla sua domanda dovremmo considerare almeno due opere di Novak L’impresa come vocazione (Rubbettino) e Il fuoco dell’invenzione (Effatà), sebbene siano temi presenti in tutti i suoi lavori. Il punto di partenza della prospettiva di Novak sull’impresa è che tra gli ordini che partecipano all’articolazione sussidiaria della società civile, in una società libera, c’è la comunità degli imprenditori. La teoria dell’agire imprenditoriale di Novak prende in considerazione alcune “virtù cardinali”, quei “doni” che la comunità degli imprenditori offre come proprio specifico contributo al tavolo della società civile; tali virtù sono la creatività, l’amore per la comunità (la solidarietà) ed il senso pratico ossia il realismo. In questo contesto teorico, il teologo e politologo statunitense riconosce il ruolo di guida culturale svolto da Giovani Paolo II, il quale, nel 1991, con l’enciclica Centesimus annus, offrì una lettura della cultura d’impresa e del libero mercato sganciata dall’interpretazione utilitaristica e del tutto conforme alla tradizione della Dottrina sociale della Chiesa.

Vorrei soffermarmi brevemente sulla terza virtù indicata da Novak: il realismo. Per realismo Novak intende il rifiuto dell’utopismo e lo descrive in questi termini: “un’analisi lucida dei poteri e degli interessi in gioco nelle dinamiche sociali”. L’attenta osservazione dei casi ci consente di notare come i fenomeni imprenditoriali più interessanti ed innovativi siano quelli in cui il protagonista intraprende l’attività economica partendo da una condizione estremamente umile. Non sono rari i casi di persone che decidono di diventare imprenditori non solo contro il parere di parenti e amici, che consigliano per il loro bene d’intraprendere attività meno rischiose, ma anche di quanti sono disposti ad iniziare l’avventura imprenditoriale partendo dai lavori più modesti, animati da un tenace spirito d’iniziativa che consente loro di accettare anche notevoli frustrazioni pur di realizzare il progetto che hanno in mente. Ma proprio perché la posta in gioco è alta, afferma Novak – “se falliscono finiscono sul lastrico” -, non possono permettersi di farsi trascinare dal vento delle opinioni. Essi hanno bisogno di uno speciale rapporto con la realtà, di stare sempre con i piedi per terra e di distinguere in ogni momento la realtà dalla sua percezione sensibile. Per questa ragione, chiunque desideri avventurarsi nella difficile arte dell’impresa ben presto apprende quanto il realismo sia una virtù molto importante. Attraverso di essa l’imprenditore in ogni momento si dovrà porre interrogativi imprescindibili su quale sia il vero bene della sua azienda, sulle priorità, le strategie e le emergenze.

Secondo la virtù del realismo, allora, non è sufficiente che dirigenti e imprenditori siano gerarchicamente ordinati: è necessario che i loro collaboratori percepiscano realisticamente tale posizione e accettino emotivamente e razionalmente di seguirli, riconoscendo il ruolo guida da loro svolto. A questo punto entra in ballo la nozione di responsabilità, ossia, la propensione del bravo manager a scegliere per sé collaboratori forti, capaci, indipendenti che lo stimolino problematicamente alla riflessione e alla scelta.

Per concludere, l’idea di Novak del “co-creatore”, di colui che con il proprio lavoro partecipa alla continua creazione, quali riflessi ha sulla vita politica?

Possiamo dire che la peculiare caratteristica della persona di essere creato ad immagine e somiglianza del Creatore e, di conseguenza, di partecipare per vocazione all’opera creativa del Padre, significa anche percepirsi come responsabile dell’edificazione della comunità politica. Ed è qui che entra in gioco il tema della cooperazione sociale come esercizio della giustizia sociale. La cooperazione sociale è l’attitudine degli uomini liberi a dar vita in modo autonomo a libere associazioni il cui fine sia di prevenire le eventuali storture e degenerazioni dell’apparato burocratico dello Stato. Questa virtù, in ragione della rigorosa applicazione del principio di sussidiarietà è, per Novak, la nuova forma che nelle società moderne assume la tradizionale nozione di giustizia sociale. La rilevanza politica di tale prospettiva è evidente: le virtù imprenditoriali dipendono anch’esse dal fatto che i cittadini non sono dei meri sudditi: “pray, pay, obey”, pertanto sono chiamati a promuovere non solo la propria felicità e quella dei propri cari, bensì, come si conviene ad un sovrano, sono responsabili anche del raggiungimento del bene comune. Essere cittadini liberi e sovrani comporta, innanzitutto, assumersi responsabilmente i propri doveri, ricordando che l’essenza della libertà è l’autodeterminazione, ossia, sulla scorta dell’opera filosofica di Karol Wojtyla, l’inalienabile attitudine della persona di affermare la proposizione: qualcuno decide di sé.

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